IL FATTO – Perché la Russia invade l’Ucraina, i motivi dietro la guerra

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) All’alba dello scorso 24 febbraio le forze armate russe hanno invaso l’Ucraina. Il presidente Vladimir Putin ha annunciato “Un’operazione speciale” in territorio ucraino per “smilitarizzare il Paese” e “proteggere il Donbass”, poi ha avvertito che ci saranno “conseguenze mai viste se qualcuno interferisce”.

Le forze armate russe sono entrate in Ucraina da almeno tre fronti: a nord dalla Bielorussia, a est dalla Russia e a sud dalla Crimea. Colonne di carri armati, elicotteri, pressanti bombardamenti aerei hanno messo sotto assedio diverse città del Paese. Nella giornata di giovedì i russi hanno conquistato l’ex centrale nucleare di Chernobyl, nota per l’incidente nucleare del 1986. Dopo un’intensa battaglia, l’esercito ucraino è stato costretto alla ritirata. La centrale ha un’importanza strategica in questa guerra per la posizione in cui si trova. A Chernobyl passa la strada più rapida che le forze russe possono usare per raggiungere Kiev. Da venerdì 25 febbraio i russi hanno raggiunto la periferia della capitale Kiev. Si contano (dati aggiornato al 28 febbraio) già 370 mila rifugiati. Le tensioni fra i due Paesi durano da anni, la Russia considera l’Ucraina come parte naturale della sua sfera di influenza, molti ucraini sono di madrelingua russa, nati quando il Paese faceva parte dell’Unione Sovietica, prima di ottenere l’indipendenza nel 1991. Inoltre la crisi attuale va a ricollegarsi alla rivoluzione ucraina del 2014 e nei conseguenti fatti della Crimea. L’allora presidente Victor Janukovic, come altri capi di Stato dell’ex blocco sovietico, aveva tentato un avvicinamento all’Unione Europea per attrarre investimenti e risollevare l’economia del Paese, duramente provata dagli anni della transizione postcomunista. L’UE chiedeva in cambio una serie di impegni sul fronte della lotta alla corruzione e del rispetto dei diritti umani, compresa la liberazione dell’ex primo ministro dell’Ucraina, Tymosebko. Janukovyč decise allora di rivolgersi nuovamente a Mosca, interessata a respingere ogni ambizione di ‘occidentalizzazione’ di Kiev e a mantenere la sua influenza sul cosiddetto “estero vicino”. L’Ucraina è storicamente divisa in due parti, una che guarda all’Europa occidentale e l’altra formata in particolare dalle popolazioni di etnia e lingua russa. La sollevazione del 2014, che chiedeva fra le altre cose l’abolizione del russo, portò alla rimozione di Janukovyč. Fu eletto Petro Poroshenko, molto più vicino all’Occidente e non apprezzato da Mosca. Mosca non ha mai riconosciuto il nuovo esecutivo, accusando al contrario Stati Uniti e Occidente di aver aizzato la rivolta. In risposta a quello che considerava un “colpo di Stato”, il presidente russo Putin prese il controllo di Crimea, annettendola alla Federazione con un referendum plebiscitario ritenuto illegittimo dalla comunità internazionale, in più incoraggiò la rivolta dei separatisti filorussi nel Donbass, che dichiararono l’indipendenza da Kiev. A settembre di quello stesso anno veniva siglato in Bielorussia il protocollo di Minsk, con l’obiettivo di porre fine alle ostilità, mai attuato del tutto. Patrocinato dall’OSCE, l’accordo prevedeva il cessate il fuoco immediato e il ritiro delle armi pesanti da entrambe le parti, un dialogo su una maggiore autonomia delle repubbliche nel Donbass, grazia e amnistia per i prigionieri di guerra, lo scambio degli ostaggi militari, anche impegni politici da parte di Kiev nei confronti delle repubbliche separatiste. Il governo ucraino, infatti, avrebbe dovuto favorire un decentramento del potere e concedere una più ampia autonomia. Da allora il conflitto in Ucraina si è trasformato in un confronto a intensità medio-bassa, fino al nuovo innalzamento della tensione iniziato, per grandi linee, a novembre-dicembre 2021. Il 21 febbraio il presidente russo ha deciso di riconoscere l’indipendenza delle repubbliche separatiste ucraine, Lugansk e Donetsk, ordinando poi al ministero della Difesa di dispiegare forze armate “per assicurare la pace”. Mossa, questa, che ha di fatto aperto alla successiva invasione del territorio ucraino. Nel suo discorso alla nazione, Putin ha sottolineato: “L’Ucraina è parte integrante della nostra storia e cultura. Non è solo un Paese confinante, sono parenti, persone con cui abbiamo legami di sangue. L’Ucraina è stata creata dalla Russia. Fu Lenin a chiamarla in questo modo, è stato il suo creatore e il suo architetto. Lenin aveva un interesse particolare anche per il Donbass”. Nella sua personale ricostruzione, per Putin è stato “un errore” del leader bolscevico strappare i territori alla Russia per creare l’Ucraina. “L’Ucraina ha sempre rifiutato di riconoscere i legami storici con la Russia, non c’è da meravigliarsi quindi per l’ondata di nazismo e nazionalismo in questo Paese. L’Ucraina non ha mai avuto una tradizione stabile come nazione a sé stante. Quindi ha iniziato a copiare modelli di vita degli altri Stati, in questo caso occidentali, diventando una serva”. Questo non sembrerebbe essere l’unico motivo che ha spinto Putin a scegliere un intervento armato in Ucraina. Questa la versione di diversi analisti di politica internazionale: “Putin, al quarto mandato come presidente, va verso la fine del suo lunghissimo percorso alla guida della Russia, a quasi 70 anni mira a lasciare un’eredità forte, che rispecchi il suo progetto imperialista e che gli faccia recuperare quella popolarità che sta andando deteriorandosi. Secondo un sondaggio indipendente di fine anno, condotto dal Levada Center, il leader russo starebbe perdendo consensi e il suo nome avrebbe subito un calo di preferenze dell’8%. Con la sua popolarità che vacilla, la questione ucraina potrebbe quindi essere anche quella su cui Putin conta di più per ritrovare i consensi persi e un tema di unità per la Russia.” Nella vicenda tra Ucraina e Russia, va considerato il ruolo della NATO: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha più volte ribadito le sue aspirazioni di aderire all’Alleanza e all’Unione Europea. Nel 2008 Kiev ha esplorato la possibilità di unirsi alla NATO, ma per farlo le è stato chiesto di effettuare una serie di cambiamenti strutturali che andavano a coinvolgere gran parte dell’impalcatura istituzionale. Stando all’art. 10 del trattato NATO, fra l’altro, l’Alleanza non può accogliere Paesi nei cui territori sono già in corso attività belliche. L’ingresso ucraino nell’Alleanza atlantica non è all’ordine del giorno, come ripetuto anche dal presidente americano Joe Biden. La questione dell’adesione Ucraina alla NATO, più volte tirata in ballo da Putin negli ultimi giorni, pare ricollegarsi più alla percepita ‘sindrome da accerchiamento’ che anima il Cremlino che trovare riscontro nei fatti. L’operazione più difficile per capire gli avvenimenti degli ultimi mesi sta proprio nel cercare quello che in inglese si chiama trigger, cioè il fattore scatenante che ha portato la Russia ad accumulare quasi 200 mila unità militari al confine ucraino. L’escalation è iniziata proprio in questo modo. Tra i mesi di gennaio e febbraio, Russia e Stati Uniti, con i rispettivi partner, hanno mostrato i muscoli spostando truppe e mezzi nei propri territori, lasciando comunque la porta aperta alla diplomazia. Domenica 20 febbraio sarebbero dovute terminare le esercitazioni congiunte russo-bielorusse nei territori di Minsk, ma al contrario le truppe di Mosca sono rimaste sul posto, lasciando presagire ciò che sarebbe accaduto dopo. Non è facile, al momento, capire quale sia il punto di caduta dell’operazione di Putin. L’ipotesi meno peregrina è che punti a strappare pezzi di territorio ucraino-orientale importanti per sedersi al tavolo delle trattative da una posizione di forza. Anna Ammanniti  
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