All’inizio del dramma coronavirus, dopo la sottovalutazione delle chiare avvisaglie dell’autunno 2019, citammo l’Unità 731 come atroce possibilità di collegamento al male del secolo.
L’Unità 731 era un’unità segreta di ricerca e sviluppo di armi biologiche e chimiche dell’Esercito imperiale giapponese, attiva durante gli anni della Seconda guerra cino-giapponese. Il laboratorio principale si trovava dal 1936 nella città di Pingfan, distretto di Harbin, in Manciuria, e aveva sedi attive in Cina e nel sud-est asiatico. La fabbrica di morte, che utilizzava atrocità inenarrabili per progettare e creare mezzi di distruzione chimico-batteriologica, sperimentava i suoi “prodotti” soprattutto su una parte della popolazione cinese. Le vittime furono decine di migliaia, prelevate soprattutto dalle carceri cinesi, esseri umani sottoposti alle torture più atroci. Molti virus letali, rinvenuti nel laboratorio scoperto dagli americani e “chiuso” nel 1945, vennero presi dagli Usa in cambio dell’assurda immunità a favore di alcuni, e conservati per dichiarati motivi di “studio”. Il generale Ishii e diversi altri coinvolti nell’Unità 731 ricevettero nel 1946 l’immunità da ogni accusa dal Tribunale internazionale per l’Estremo Oriente (Tribunale di Tokyo) avendo fornito agli Stati Uniti tutti i dati (definiti dall’allora segretario alla Sanità Usa «inestimabili ») della loro criminale attività relativi all’utilizzo di oltre 20 diversi ceppi batterici, incluso antrace, botulino e vaiolo. Nel 2018 vennero resi noti i nomi di 3.607 membri dell’Unità 731. L’elenco, che riporta la data del primo gennaio 1945, include i nomi, i gradi e molte informazioni personali (inclusi gli indirizzi e i dati sui familiari) di 52 chirurghi, 49 ingegneri, 38 infermiere e 1.117 medici di guerra. La coincidenza con il numero di vittime Covid di martedì 17 novembre, può essere letta come una sorta di nemesi, rigetto del male che va combattuto con il sacrificio di tutti. Jackal
