Esattamente nella giornata di giovedì primo ottobre il bollettino ufficiale diramato dalla Protezione Civile comunicava 2.548 contagi e 24 morti: un boom in 24 ore, un incremento di casi che non si registrava dal 24 aprile. Mai così tanti contagi da oltre 5 mesi: era l’inizio della seconda ondata di questa maledetta pandemia che tanto, a tutti, sta togliendo.
L’impennata, forse dovuta al repentino abbassamento delle temperature in quel periodo, ha decretato il ritorno della paura relativamente ai contagi, sorprendentemente esponenziali. Sono trascorsi 45 giorni, caratterizzati dalla stretta delle disposizioni, dai timori, dalle incertezze. Quando arriverà il momento in cui potremo tornare a sentirci “liberi”? La scienza ci conferma che i virus non si arrestano se non con cure certe o vaccini specifici, accelerano o decelerano in ondate successive, sono suscettibili a condizioni ordinarie come l’umidità. È anche vero che molte previsioni erano state fatte anzitempo, forse ignorate o sottovalutate nelle più opportune tempistiche. Come siamo arrivati a numeri così alti per una “seconda ondata” che doveva trovarci adeguatamente pronti? Il picco nella prima settimana di novembre era stata anticipato addirittura al Presidente Mattarella, con una lettera inviata alla sua attenzione da un gruppo di statistici esperi: eppure negli ospedali mancano i sanitari, i posti letto, le attrezzature ed i dispositivi medici. A pagare lo scotto maggiore di questi “ritardi” sono le terapie intensive, che dovevano essere potenziate già quest’estate, quando anche il virus era in vacanza, ma che invece sembrano bloccate, con marcate difformità tra regione e regione. I bandi per incrementare i reparti ospedalieri di terapia intensiva, così come è stato per i tamponi rapidi, sono partiti tra il 29 settembre ed il 2 ottobre: troppo tardi, quando la curva già era in evidente ascesa. Di “giustificazioni” ce le possiamo scegliere: veniamo da 10 anni di grave definanziamento della sanità pubblica, ci culliamo su un modello di gestione centralizzata della struttura ospedaliera, il depauperamento continuo e progressivo dei nosocomi, si è lavorato esclusivamente sui tagli senza trovare un corrispettivo di assistenza valido, il totale abbandono degli Enti territoriali ….sono argomentazioni che le singole Regioni adducono come “impedimento” all’applicare sul campo tutte le misure adeguate e necessarie. Al di là della demagogia, sono evidenti le numerose criticità del sistema nella gestione di un’emergenza che, per quanto straordinaria, non si è fatta adeguata programmazione. Ad oggi, sopra la soglia critica per numero di ricoverati da Covid ci sono 12 regioni, ma solamente perché le altre 11 non ricoverano più. Le unità operative del pronto soccorso sono congestionate, le terapie intensive verso la saturazione, testimonianze raccontano di mancati ricoveri nonostante le gravi condizioni del paziente, la riconversione di altri reparti in certi casi è una “condanna a morte” se consideriamo che molti interventi già programmati siano stati rinviati a discapito delle cure di altre patologie. Ed i sanitari sono allo stremo delle loro forze. Oltretutto si stanno reinfettando, sono tante le vittime tra medici ed operatori sanitari, e non sempre vengono sostituiti. I numeri ci dicono che sono ben 12mila le unità di specializzandi fermi al palo quando all’appello mancano 9mila sanitari. Non ci sono rianimatori ed infermieri specializzati da inserire nei “nuovi” reparti di emergenza che, faticosamente e molto a rilento, si stanno attivando. Eppure la storia ci insegna che la seconda ondata di una epidemia è sempre peggiore; eppure tutte le previsioni avevano anticipato cifre e difficoltà; eppure è stato fatto poco o niente…..e quel poco che ci si è adoperati arriva quando già troppe lacrime sono state versate, troppi disagi sono stati subiti, troppe invocazioni si sono perse tra i corridoi. Gli occhi di tutti sono pieni delle immagini più tristi di questi ritardi. Dal paziente morto in un bagno del pronto soccorso dell’ospedale “Cardarelli” di Napoli a causa di una crisi respiratoria, ai nostri nonni accasciati sulle sedie delle stanze d’attesa. La speranza è l’ultima a morire: come era già successo a fine primavera, anche questa curva sembra che inizi a flettersi. L’Istituto Superiore della Sanità sta valutando il rallentamento degli ultimi giorni e la lenta stabilizzazione dell’indice di trasmissione nazionale, RT, e del tasso di contagiosità. Sembra ci sia una decelerazione del virus, forse frutto delle misure adottate. Attenzione però: il risultato è a fronte di meno tamponi. Inoltre è necessario tener presente che i bollettini di oggi vengono dai comportamenti delle recenti settimane. Ciò significa che i numeri, spietati, tra qualche giorno potrebbero renderci una realtà completamente opposta. È importante che tutti facciano la loro parte. E già si guarda lontano, appellandosi all’impegno comune per non avere una “terza ondata”, come fu per la Spagnola e l’Asiatica. Spesso media e giornali vengono accusati di utilizzare “toni catastrofisti” e di fare terrorismo: tenere alta l’attenzione su una tematica così importante, in un periodo di effettiva emergenza, quando i territori urlano la necessità di “più medicina”, per non far venir meno l’impegno delle Istituzioni e non permettere di abbassare l’asticella della concentrazione sulle problematiche, oltre che sollecitare e sensibilizzare i cittadini, affinché recepiscano che disattendere le disposizioni emanate significa, a tutti gli effetti, fare la guerra a coloro che, in prima linea, sono armati delle sole ed uniche loro forze, i veri eroi che salvano vite umane. Sara Pacitto
