Oggi vorrei scrivere qualcosa a proposito dell’album che ritengo essere uno dei migliori sunti della storia della musica antecedente all’uscita dello stesso. Non nego il mio rapporto di affetto assolutamente spropositato nei confronti di questo lavoro, in ogni caso farò del mio meglio per evidenziare in maniera obiettiva tutto ciò che ho assimilato e compreso nel corso dei miei ripetuti ascolti e delle particolari curiosità in merito che mi sono divertito a soddisfare.
Parliamo ormai di molti anni fa, agli albori dello studio del mio strumento, mi trovavo per la prima volta ad aprire gli occhi su un panorama musicale assolutamente sconosciuto, ed anche se non mi addentravo del tutto nelle produzioni contemporanee, la mia tendenza era comunque quella di non scendere al di sotto degli anni ’90. Ovviamente non si trattava di una mia auto costrizione dovuta all’ammirazione di un particolare filone musicale, quanto più una questione di piacere o meno nell’ascolto a prescindere da chi fosse l’artista e cosa suonasse. Purtroppo difficilmente le sonorità dei ’70 e degli ’80 riuscivano ad attirarmi. Bene, fu così che mi imbattei per la prima volta nei Red Hot Chili Peppers. Iniziò tutto con il loro singolo Californication, che proprio in quell’anno veniva spiattellato ovunque tra radio e canali televisivi. Insomma, fu così che andai a comprare Californication, iniziando ad ascoltarlo e contemporaneamente ad innamorarmene, tirando giù quanti più soli e riff di chitarra possibile, o quanto meno tutto ciò che la mia tecnica strumentale di allora potesse permettermi.
Dopo qualche tempo iniziai a sentire il bisogno di altro, volevo ancora di più e speravo di poterlo trovare ancora una volta in quella band. Scelta la band mi restava la scelta dell’album, e l’unica possibilità che avevo era esclusivamente quella di andare a ritroso dall’ultimo lavoro, che era appunto Californication. Con l’ausilio della mia velocissima connessione ISDN, riuscii a trovare la produzione discografica dei Red Hot, scoprendo così la copertina di Blood Sugar Sex Magik. Ebbene sì, perché mentire? Scelsi quel disco per la copertina. Non avevo possibilità di ascoltare un’anteprima delle tracce presenti, non potevo averne un assaggio in radio o in TV, era ormai obsoleto. Le scelte possibili si riducevano ad un acquisto a scatola chiusa, al chiedere consiglio e al farsi guidare dall’istinto. Bene, la prima possibilità la scartai a priori, la seconda volò via dopo qualche secondo. Finì che mi affidai all’istinto. Il disco si presentava completamente bianco con titolo e nome della band in colore argento e rosso. Piatto aperto del mio fedele lettore Sony e vai con The Power Of Equality. La prima reazione: pensai immediatamente di aver speso male i miei soldi. Non mi piaceva, non lo capivo, non mi suonava bene. Era stranissimo. Decisi di fare un passo indietro e magari tornarci su. Nei giorni che passavano era sempre lì, sulla scrivania, e sembrava guardarmi, o meglio, chiedermi una seconda chance. Lo feci suonare di nuovo, e sembrava più morbido e meno spigoloso. Iniziava a piacermi. Migliorava di volta in volta, diventando sempre più interessante. Il finale di questa storia è che dovetti acquistarne una nuova copia: lo ascoltai troppe volte, e dall’ascoltarlo passai al suonarlo per intero quasi ogni giorno, avendo tirato giù qualsiasi cosa facesse Frusciante su quella incisione. Da quel momento in poi non mi lasciò mai più, ad oggi ho il reale bisogno di ascoltarlo per intero di tanto in tanto e pur conoscendolo a memoria ogni volta riesco a trovarci qualcosa di nuovo. Ed è proprio di questo che voglio parlarvi oggi.
Come già accennato, lo considero un sunto, un’evoluzione e uno dei maggiori picchi inventivi che la musica ha raggiunto in quel paio di anni dell’inizio dei ’90. Non starò di certo qui a parlarvi della precisa scaletta dell’album, per questo basta informarsi anche sulla semplice Wikipedia.
Vorrei solo fare un punto di tutto ciò che ho trovato all’interno e al di fuori del disco, una sorta di memorandum analitico.
L’incisione del disco fa pensare ad una presa live, spesso i brani non hanno pause, nel senso che non c’è momento di silenzio e tutto scorre come se fosse registrato in un solo fiato. Tante piccolezze che danno una piacevolissima sensazione di naturalezza e vicinanza dell’esecuzione, tanto che, se ascoltato dall’imperfezione del vinile, sembra di essere in quella stanza durante la registrazione stessa. Non si tratta solo di musica, sembra che le tracce abbiano vita e quella vita sia stata racchiusa all’interno dell’incisione. Ne emerge tutta la magia e l’atmosfera magico-esoterica che ne era intorno. Ed è proprio la magia, assieme alla costante del sex magik, il leitmotiv dell’album. Basta guardare titolo e copertina che qualcosa di esoterico viene a galla. La scelta del titolo dell’album pare derivare da un’idea del cantante (Anthony Kiedis) in accordo col produttore, Rick Rubin, nient’altro che una parte del testo della title track, appunto
Blood Sugar Sex Magik, che nell’inciso recita “blood sugar baby, she’s magik, sex magik”. Ma ecco che spunta il primo nome di indubbio interesse: Rick Rubin. Probabilmente è anche merito della sua poliedricità e del suo modo di lavorare affatto dittatoriale che i quattro californiani siano riusciti a produrre questa pietra miliare. Citazione non casuale quella del sex magik (volutamente scritto con la K che non è un’abbreviazione da cybernauta) pratica già cara e discussa in musica da Jimmy Page e compagni sulla scia delle lezioni di Aleister Crowely. Guarda caso il posto in cui i brani sono nati e sono stati incisi, la cosiddetta Mansion di Rick Rubin, è ormai apertamente considerata come un luogo esoterico ricco di presenze sovrannaturali.
Tale studio di registrazione si trova in una zona forestale remota di Los Angeles, e pare che durante il periodo di incisione di Blood Sugar Sex Magik sia stato Frusciante ad aver avuto qualche incontro ravvicinato ed aver addirittura stretto amicizia con tali presenze, mentre il batterista Chad Smith, proprio per questi motivi, decise di non risiedere all’interno del casolare. Inoltre, si dice che il cerchio di luce presente nella foto dell’inlay dell’album non sia un riflesso della luce sull’obbiettivo della camera. Ma la citazione zeppeliniana va oltre: l’impatto e le single note del riff di Suck my Kiss mi ha fatto sempre tornare alla mente Moby Dick degli Zeppelin. La seconda traccia presenta qualcosa di veramente interessante, una citazione nascosta che mi ha reso felicissimo al momento della scoperta. La fine del solo di Frusciante, di stampo prettamente Hendrixiano (altra personalità dal fascino misterioso) è accompagnata dall’ammirazione della studiocrew, che lo applaude per il buon lavoro. Tutto ciò accadeva parecchi anni prima su un album di Hendrix esattamente dopo la fine di un solo. Si passa poi alla scoperta di strumenti musicale alternativi con Breaking the Girl, che vede l’idea geniale dell’utilizzo di barili, cerchioni di automobili e spranghe di ferro per la registrazione delle percussioni. Il più attento ascoltatore coglierà senz’altro il suono del ferro sul finale del brano. Ma dal romanticismo celato si passa di nuovo all’esplicito riferimento al sex magik, onnipresente nel resto delle tracce. Funky Monks è funk allo stato puro mentre la title track ha qualcosa di Hard Rock nell’inciso, e riesce ad emozionare con un riff fatto da una corda a vuoto e un wah che vanno a creare un’atmosfera quasi surreale che sembra racchiudere appunto tutto quel mistero di cui sopra. Non mancano i riferimenti nostalgici all’amico e primo chitarrista della band, scomparso un paio di anni prima, con My Lovely Man. Il romanticismo dell’album è certamente racchiuso in Under the Bridge, che vanta un testo fantastico e un comping di chitarra di cui Jimi andrebbe fiero. Poco dopo Apache Rose Peacock svela il passato da trombettista di Flea e la sua passione per Dizzie Gillespie. Insomma tra texture sofisticate, arrangiamenti semplici ma di effetto, qualche chicca nascosta tra left e right, quest’album è certamente il miglior prodotto della band: loro stessi non sono mai riuscita ad eguagliarlo. Hendrix è ovunque, i riff ala Jimmy Page non mancano, la psichedelia è in Sir Psycho Sexy, il funk dei Parliament è nelle linee di basso di Flea, il punk di stampo britannico ala Clash viene spesso fuori e tanto per non farsi mancare nulla, il tributo a Robert Johnson con They’re Red Hot sembra confermare quell’aura di mistero che ci porta ad immaginare in maniera ancora una volta magica e misteriosa la gestazione stessa di questo lavoro. Oggi conosciamo i Red Hot Chili Peppers per i loro discutibili lavori contemporanei, ma con questa roba qui non c’è paragone. Quindi, se avete voglia di ascoltarli, fate qualche passo indietro fino a quest’album, vi renderete conto di quanto sia bello ascoltare una band all’apice della maturità e della capacità di inventiva. Leggende e misteri a parte.
Carlo Romano Grillandini – Industrie Sonore
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