Reindustrializzare il Mezzogiorno d’Italia. Il pensiero del Cavaliere del Lavoro Mario Marangoni (84 anni), fondatore e capo storico della omonima azienda.
Pubblichiamo con piacere il pensiero di un imprenditore di successo, nato in trincea e protagonista delle impegnative stagioni che si sono susseguite, “due righe” inviateci nei giorni scorsi. “Il tentativo di industrializzare il Sud, che iniziò nel 1950 per durare fino al 1990, fu esperito con il sostegno di finanziamenti a fondo perduto sugli investimenti; essi ebbero un successo se pur relativo, che andò ad arenarsi per una serie di concause che di fatto bloccarono tale processo addirittura invertendo il suo corso, provocando una fase di deindustrializzazione. Tra le cause del declino, inizialmente la eliminazione delle gabbie salariali, compensate con la decontribuzione di oneri fiscali e contributivi. Successivamente, eliminati anche questi, compresi i finanziamenti, il declino provocò inevitabilmente la maggior parte di chiusure e delocalizzazioni degli stabilimenti, con la perdita di migliaia di posti di lavoro. Credo che la eliminazione della decontribuzione sia stata anche imposta dalla UE. Tutto questo è coinciso anche con la caduta del muro di Berlino 1990 e con l’istituzione del WTO, inizio della globalizzazione 1994 e delle delocalizzazioni, prima ondata verso i paesi dell’Est Europeo per poi estendersi a quelli Asiatici. Domanda semplice: ma perché almeno il nostro Sud, il più debole delle regioni Europee, non è stato aiutato o protetto? Bastava prontamente reintrodurre la decontribuzione e salvare le aziende con i loro investimenti e con essi l‘occupazione. Sono convinto che lo Stato avrebbe recuperato questa agevolazione, moltiplicata più volte con il mantenimento e aumento del PIL. Peccato. Senza voler andare a cercare i responsabili di questo disastro, nato per ignoranza o sotto valutazione o peggio per disattenzione, non sarebbe mai troppo tardi per cercare un rilancio che può partire sulle esperienze negative ma anche positive del passato. Le negative è che non si dovevano dare contributi finanziari sugli investimenti, poiché gli stessi non erano tutti finalizzati a creare posti di lavoro, ed in più bisognava tener conto che al Sud le infrastrutture, i sevizi e la logistica verso i mercati era più svantaggiata che al Nord, perciò non si doveva togliere la decontribuzione. Le positive, avevano portato anche nelle aree più arretrate una cultura diffusa del lavoro e la crescita di profili professionali non solo nelle aziende ma anche negli indotti. Si pensi alla germinazione di piccole realtà che avevano creato la presenza sul territorio le grandi aziende, il famoso indotto. Non v’è dubbio che per sperare in una ripresa, il Sud va aiutato: ma come? Come vorrebbe l’attuale ministro? No, ma spendendo quei soldi e anche di più nella decontribuzione. Va ridisegnata la vera area del Sud bisognosa e ben definire le aziende propriamente manifatturiere, dalle PMI alle grandi, presenti e future, che possano godere dell’agevolazione e garantire loro almeno una durata minima di 10 anni dall’inizio dell’esercizio. Impariamo dalle aziende dell’Est Europeo; hanno attirato le aziende dell’Ovest con salari più bassi e nessun contributo finanziario e si sono reindustrializzate con successo. Il sistema di ridurre il costo del lavoro per rendere appetibile il Sud è la decontribuzione che ha tre vantaggi: 1) E’ diretta al lavoratore 2) E’ immediata al lavoratore 3) E’ proporzionale al salario Ci si affranca anche da possibili evasioni contributive che trainano a cascata tante altre imposte o anche ai mancati pagamenti delle stesse. Questa agevolazione non potrebbe essere sanzionata dalla EU, pena non chiamarla a contribuire a questo sacrificio che fa l’Italia per alcune sue regioni e che oggi sono anche dell’Europa”. Jackal
