​Sora, il silenzio del Tempio: l’orgoglio bianconero non conosce fine

utente789
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(di Irene Mizzoni) I sorani lo sanno bene: l’orgoglio bianconero non si arrende.

Il Sora non c’è più. O meglio: non c’è più quella creatura che ci abituò a mangiar pane e pallone sotto l’ala protettrice dei centoventi anni, un traguardo che pareva lì, a portata di mano, pronto per essere celebrato con il calice in alto e l’orgoglio di chi la storia l’ha scritta col sudore della fronte. ​Il presidente Tinto, in un pomeriggio di malinconia burocratica, ha deciso che per il Sora la Serie D non è più pane per i suoi denti. Ha chiuso il libro. Ha riposto le scarpette. E la città, la bella e battagliera Sora, si è ritrovata orfana, smarrita in un silenzio che sa di polvere e di abbandono. ​A Sora, il calcio non è mai stata una faccenda da salotto. È sempre stato un rito pagano, un’epopea di campanile che si faceva epopea di popolo. Si andava al Tomei — e guai a chiamarlo solo “stadio”, perché quello è, e resta, il Tempio — per sentirsi vivi, per sentirsi parte di una comunità, per esaltarsi davanti a un dribbling ubriacante. Il Sora è l’identità, la spina dorsale di una comunità che ha sempre sputato l’anima pur di non chinare la testa al cospetto delle cosiddette grandi. C’è chi dice che sia solo un gioco, che in fondo cambiano i nomi e le casacche. Ma chi parla così non conosce il legame viscerale che unisce una città alla sua squadra. Amare la squadra della propria città non è un passatempo: è un atto di appartenenza. È riconoscersi in quei colori, in quella maglia che suda, che soffre e che gioisce insieme a te. È sapere che, in quel pezzo di prato o in quel pezzo di gradinata, scorre la stessa linfa che ti scorre nelle vene. Chi tradisce la squadra della propria città, tradisce una parte di sé, una radice che affonda profonda nella terra che ci ha visto crescere. ​Abbiamo visto il Sora solcare campi che parevano cattedrali, abbiamo visto quei colori bianconeri — i colori della nobiltà e della sofferenza — svettare alti contro ogni pronostico. E oggi? Oggi restano solo le macerie di una passione che si è vista negare il futuro. Una mancanza di rispetto per quel secolo e venti che stava per sbocciare, per quella fede che non si nutre di bilanci, ma di cuore, di sudore, di quel sentimento atavico che ti lega alla terra che ti ha dato i natali. ​Ma il pensiero, in questo momento di desolazione, corre dritto a chi quel Tempio lo ha consacrato ogni domenica. Ai veri tifosi, quelli che non hanno bisogno di una categoria per sentirsi parte di qualcosa. Penso a Roberto, a Donato, ad Alfredo e a tutti quegli angeli bianconeri che, da lassù, continuano a soffiare sulle vele di una nave che sembra aver perso il porto. Hanno amato quella maglia in modo viscerale, facendone il battito dei loro giorni, e oggi il loro ricordo grida giustizia contro questo incomprensibile silenzio. ​Sora è sgomenta, sì, ma non è morta. Si sbaglia chi crede che basti una firma per cancellare una religione. Il Tempio non resta vuoto se dentro c’è ancora il cuore di chi lo ha abitato. L’orgoglio sorano, testardo come la sua gente e tenace come il Liri che scorre instancabile, non può scomparire: è una brace che cova sotto la cenere, in memoria di chi ci ha preceduto e per amore di chi non smetterà mai di chiamare quella casa “il Tempio”, pronta a riaccendersi non appena il vento della passione tornerà a soffiare. Sora è terra di Volsci, gente che per storia e carattere non ha mai imparato a stare prona. È questa la loro tempra: un’indole indomita che scorre dentro ogni sorano. Quel sangue bianconero, amaro e ostinato,  è il marchio di chi ha capito che a Sora non si tifa per caso, si tifa per destino.
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