​Un solo cuore, una sola anima: Sora si stringe a Santa Restituta, l’abbraccio che cancella ogni distanza

Irene Mizzoni
4 MIn Lettura
Ci sono giorni in cui il tempo sembra fermarsi, o meglio, decide di rincasare. Giorni in cui le lancette dell’orologio smettono di dettare la fretta quotidiana e si mettono al servizio della memoria. Per Sora, quel giorno è oggi, il 27 maggio. La festa di Santa Restituta non è una semplice ricorrenza sul calendario, ma l’atto di nascita che la città rinnova ogni anno con se stessa; un giuramento d’amore, di fierezza e di identità che affonda le radici nel sangue dei martiri e che ancora oggi fa vibrare il petto di un popolo intero.

Oggi Sora non celebra il passato: lo rende presente. Lo si capisce dal profumo di rose benedette che accarezza i vicoli, da quel brivido antico che corre lungo la schiena quando la statua della Santa varca la soglia della chiesa e incrocia gli occhi della sua gente. Occhi lucidi di anziani che ricordano, occhi spalancati di bambini che imparano a declinare la parola “appartenenza”. ​Perché i sorani amano così visceralmente questa giovane donna venuta da Roma diciassette secoli fa? La risposta è scritta nel carattere stesso di questa terra. Restituta non ha piegato la testa davanti ai carnefici; ha scelto Sora come campo del suo estremo sacrificio e vi ha piantato una radice d’acciaio. ​I sorani, popolo abituato a rialzarsi dalle macerie della storia, dai terremoti e dalle guerre, hanno visto in quella fiera fermezza lo specchio della propria anima. Santa Restituta non è una figura distaccata da venerare su un altare di marmo: è la “mamma” a cui affidare le chiavi di casa nei momenti di buio, la roccia a cui aggrapparsi quando tutto intorno trema. ​Ma il vero miracolo di questa giornata si compie oltre i confini geografici. C’è un filo invisibile, ma indistruttibile, che oggi parte da Piazza Santa Restituta e attraversa gli oceani. Arriva nelle case dei sorani emigrati a Toronto, in America, nel Nord Europa; raggiunge chi è dovuto partire in cerca di fortuna ma ha lasciato il cuore sulle sponde del Liri. ​Per chi vive lontano, il 27 maggio è il “Capodanno dell’anima”. Non importa quante migliaia di chilometri ci siano di mezzo, né quanti fusi orari separino i corpi: oggi, grazie a uno schermo, a una preghiera sussurrata o a una statua identica baciata in terra straniera, la distanza si annulla. L’emigrato non è più un figlio lontano, ma è lì, in prima fila, a spingere sotto la stanga dei portatori, a cantare l’inno con la voce rotta dall’emozione. ​In un mondo moderno che corre distratto, che cancella le identità e consuma tutto nello spazio di un clic, Sora oggi dà una lezione di straordinaria resistenza culturale. Custodire questa tradizione non significa adorare le ceneri del passato, ma mantenere vivo il fuoco del futuro. Significa dire ai giovani: “Ecco chi siete, ecco da dove venite”. ​Quando stasera i fuochi d’artificio illumineranno il cielo sopra il Liri, la festa volgerà al termine, ma l’eco di questa giornata resterà nei cuori. Perché finché ci sarà un sorano, in patria o nel mondo, capace di commuoversi al passaggio di Santa Restituta, l’anima di Sora rimarrà intatta, fiera e immortale. ​Viva Sora, viva Santa Restituta! IM
Condividi questo articolo
Nessun commento