A 78 anni dalla Nakba, la “catastrofe” che nel 1948 travolse il popolo palestinese con l’espulsione di oltre 700.000 persone dalle proprie case, torna al centro il tema della memoria, della responsabilità storica e della possibilità di costruire una pace fondata sulla giustizia e sul riconoscimento reciproco.
Il prossimo 15 maggio, anche ad Anagni, sarà possibile partecipare alla 7ª edizione della Joint Nakba Remembrance Ceremony, promossa dal movimento Combatants for Peace, attraverso una diretta streaming ospitata presso la Biblioteca “A. Labriola”, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione comunale. La cerimonia nasce dall’impegno di israeliani e palestinesi che hanno scelto la non violenza e il dialogo come risposta a decenni di conflitto. Tra loro c’è Avner Wishnitzer, ex combattente di un corpo d’élite dell’IDF e oggi docente di Storia dell’Impero Ottomano. Nel raccontare la propria infanzia in un kibbutz fondato nel 1927, Wishnitzer ricorda le esplorazioni da bambino in un villaggio abbandonato poco distante: case vuote, silenziose, sulle quali nessuno si interrogava davvero. Solo molto tempo dopo avrebbe compreso che quelle abitazioni appartenevano a famiglie palestinesi costrette a fuggire durante la guerra del 1947-48. La Nakba, spiegano gli organizzatori, è una ferita ancora aperta. Non soltanto un evento storico rimosso dal discorso pubblico israeliano, ma una realtà che continua a riflettersi nel presente, tra occupazione, espansione degli insediamenti in Cisgiordania e devastazione di Gaza. Anche Nimrod Ben Zeev racconta il peso del silenzio tramandato nella società israeliana. Sua nonna, sopravvissuta all’Olocausto e arrivata in Israele dopo la guerra, aveva scelto di non sapere, chiusa nel trauma vissuto in Europa. “Solo più tardi aveva capito. E poi aveva di nuovo rimosso”, racconta l’attivista, parlando di un argomento rimasto tabù per intere generazioni. Dall’altra parte, il palestinese Jamil Qassas descrive una memoria impossibile da cancellare: famiglie distrutte, parenti uccisi, terre e case lasciate con l’illusione di poter tornare. Una possibilità mai concessa, nonostante la Risoluzione 194 delle Nazioni Unite e il riconoscimento internazionale dell’illegalità di molte espulsioni. Eppure, nonostante il dolore, Qassas continua a credere nella convivenza tra i due popoli: “Sono un attivista per la pace e credo nella possibilità di coesistenza delle nostre comunità in questa stessa terra. Ma colpisce la non volontà di sapere da parte di tanti israeliani e l’indifferenza della comunità internazionale davanti agli abusi”. Il titolo scelto per quest’anno è “Sumud in Humanity”. “Sumud”, termine arabo difficilmente traducibile con una sola parola, significa resilienza, fermezza, indistruttibilità, legame profondo con la terra. Ma soprattutto indica la scelta di restare umani anche quando la violenza e la disperazione spingono verso la disumanizzazione dell’altro. Per gli organizzatori, spezzare il ciclo della violenza significa costruire una pace autentica, fondata sulla libertà e sulla dignità di tutti i popoli, senza eccezioni. L’iniziativa ad Anagni è sostenuta anche da Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento Europeo e fondatrice di AssoPacePalestina. L’appuntamento è fissato per le ore 18:30 presso la Biblioteca “A. Labriola” di Anagni. “It must, It can, It will peace”: la pace è necessaria, possibile, inevitabile. Anna Ammanniti
