I nuovi limiti europei sulla qualità dell’aria previsti per il 2030 rappresentano un passaggio decisivo per la tutela della salute pubblica, ma molte città italiane rischiano di non farsi trovare pronte. È quanto emerge dal quadro delineato da Legambiente, che richiama l’urgenza di interventi strutturali su mobilità, riscaldamento domestico, emissioni industriali, agricoltura e allevamenti intensivi.
Negli ultimi decenni l’inquinamento atmosferico in Europa è diminuito in modo costante, ma resta il principale rischio ambientale per la salute sul continente: contribuisce all’insorgenza di malattie, peggiora la qualità della vita e provoca morti premature evitabili. L’Unione europea ha progressivamente introdotto standard di qualità dell’aria sempre più stringenti; tuttavia, se per alcuni inquinanti molti Paesi rispettano già i limiti vigenti, un numero significativo di aree urbane continua a registrare concentrazioni superiori sia ai parametri attuali sia ai valori guida, ancora più severi, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La revisione recente della normativa europea fissa obiettivi più ambiziosi da raggiungere entro il 2030: 20 microgrammi per metro cubo per il PM10, 20 per il biossido di azoto (NO₂) e 10 per il particolato fine PM2.5. Il rispetto di queste soglie dovrebbe ridurre in modo significativo gli impatti sanitari dell’inquinamento e avvicinare gradualmente la qualità dell’aria ai livelli raccomandati dall’OMS. Secondo Legambiente, però, la complessità delle fonti emissive — trasporti, riscaldamento, industria, agricoltura e allevamenti intensivi — richiede sforzi molto più incisivi da parte degli Stati membri. In questo contesto l’Italia occupa una posizione critica, essendo tra i Paesi europei più colpiti dallo smog. Una condizione strutturale che dura da decenni e che ha già portato all’apertura di quattro procedure di infrazione europee per il mancato rispetto della normativa sulla qualità dell’aria. Il quadro nazionale resta infatti contraddittorio: i dati più recenti mostrano segnali di miglioramento, ma ancora insufficienti a cambiare davvero rotta. Il report Mal’Aria di città 2026 di Legambiente fotografa la situazione nei capoluoghi di provincia italiani. Nel 2025 sono scesi a 13 i capoluoghi che hanno superato il limite giornaliero di PM10 (50 µg/m³ per non più di 35 giorni l’anno), contro i 25 del 2024, i 18 del 2023 e i 29 del 2022: uno dei risultati migliori degli ultimi anni. Tuttavia, applicando già oggi i futuri limiti UE del 2030, l’Italia risulterebbe ampiamente fuori parametro: sarebbe oltre soglia il 53% delle città per il PM10, il 73% per il PM2.5 e il 38% per l’NO₂. Per l’associazione ambientalista serve quindi un cambio di passo netto. La qualità dell’aria, sottolinea Legambiente, non può più essere trattata come un’emergenza episodica legata alle condizioni meteorologiche, ma deve diventare l’esito di politiche strutturali e continuative. Il ritardo accumulato dipende in larga misura dall’assenza di una strategia forte su settori chiave: potenziamento del trasporto pubblico, elettrificazione dei veicoli, efficientamento energetico degli edifici, sviluppo dell’agroecologia e riduzione dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi. Gli obiettivi europei, conclude Legambiente, restano raggiungibili solo se perseguiti con decisione e continuità da tutti i livelli istituzionali — Governo, Regioni e Comuni. Senza un’azione coordinata e investimenti adeguati, il rischio è che molte città italiane restino indietro proprio mentre l’Europa alza l’asticella della tutela della salute e dell’ambiente. Anna Ammanniti
