L’operazione, condotta dalla Direzione Investigativa Antimafia di Roma, ha smantellato un sistema criminale stabile composto da civili e agenti. Sette arresti. Il Gip: “Condotte gravi, reiterate, prive di scrupoli”.
Un sistema criminale collaudato che trasformava interventi di polizia in rapine di Stato. È quanto emerge dall’inchiesta “Sciacallo”, che ha portato all’arresto di sette persone, tra cui tre poliziotti in servizio, accusate di aver sottratto ingenti quantitativi di cocaina durante operazioni antidroga per poi reimmetterli sul mercato illecito. Secondo la Procura, due figure del mondo dello spaccio romano avrebbero promosso l’organizzazione, affiancate da tre agenti, che garantivano la copertura istituzionale. Altri due soggetti curavano logistica, trasporti e distribuzione dello stupefacente. Il sistema ruotava attorno a un patto tra il “mondo di sotto” e le divise. I promotori individuavano carichi di cocaina in arrivo grazie ai contatti nello spaccio romano. I poliziotti intervenivano formalmente per sequestrare lo stupefacente, ma solo una parte finiva nei verbali. Il resto veniva sottratto e rivenduto, garantendo profitti elevatissimi.
I colpi messi a segno dal gruppo di poliziotti infedeli mostrano una pianificazione spietata e dettagliata. Il primo episodio risale al 27 luglio 2024, a Case Rosse. Durante una perquisizione, i due agenti rinvengono 23 kg di cocaina, ma nei verbali ne dichiarano solo 13,8. Gli altri 10 kg vengono sottratti prima dell’arrivo della Squadra Mobile e portati via in un sacco dell’immondizia, dimostrando già una modalità operativa audace e clandestina. Il secondo episodio avviene il 12 settembre a Riano. I tre poliziotti coinvolti consegnano 5 kg di cocaina a un membro del gruppo criminale nella sua abitazione, alla presenza dei promotori. Il destinatario finale è un acquirente legato alla rete di distribuzione.
L’episodio più grave è quello del 7 ottobre 2024. Gli agenti installano un GPS clandestino sul furgone dei corrieri, li pedinano fino al Grande Raccordo Anulare e bloccano il veicolo. Da questo sequestro si appropriano di 15,2 kg di cocaina, mentre nei verbali ne risultano solo 4,7. La droga sottratta viene poi consegnata ai promotori del sodalizio criminale, nella zona di Grottarossa, completando così un quadro di attività criminale sistematica e coordinata.
Gli atti rivelano un coinvolgimento diretto e sistematico dei poliziotti infedeli. Secondo le accuse, gli agenti avrebbero utilizzato le auto di servizio per trasportare la droga, effettuato pedinamenti con mezzi d’ufficio, installato e rimosso GPS clandestini, redatto verbali falsi e avuto accesso abusivo al sistema informatico SDI. Particolarmente significativo risulta il ruolo di un collaboratore del gruppo, che avrebbe partecipato attivamente ai servizi operativi, installato dispositivi di tracciamento e viaggiato nelle auto di servizio durante controlli e arresti. Le intercettazioni hanno messo in luce le cautele e i tentativi messi in atto dagli indagati per eludere le indagini. Tra le strategie adottate, ci sono la distruzione dei telefoni, la cancellazione delle chat, la disinstallazione delle app e l’organizzazione di incontri senza cellulari. In alcune conversazioni, gli indagati discutono apertamente della necessità di interrompere i contatti per evitare collegamenti con le utenze sotto controllo, dimostrando una chiara consapevolezza del rischio di essere monitorati. Il cinismo del gruppo emerge con chiarezza dalle intercettazioni. I promotori definiscono i poliziotti una vera e propria “batteria”, affidabile e capace di garantire guadagni tali da assicurare una futura “pensione”. Uno degli agenti, intercettato tramite trojan, si vanta: “Mi faccio proprio la vecchiaia… sto sull’aereo tutti i giorni”.
Si tratterebbe di una rete consolidata nel tempo. I rapporti tra i promotori e alcuni agenti non sarebbero stati occasionali. Già nel 2019 erano emersi contatti con uno degli agenti coinvolti e un ex poliziotto. Nel 2024, le indagini documentano pranzi, incontri riservati e comportamenti circospetti, come lasciare i telefoni sul tavolo per evitare intercettazioni.
Il giudice Alessandra Baffi sottolinea la gravità delle condotte contestate, definite “gravi, reiterate e prive di scrupoli”. Per il Gip, la custodia cautelare in carcere è l’unica misura idonea per impedire la reiterazione dei reati, proteggere il corretto svolgimento delle indagini e tutelare la collettività. Il Commissariato in questione, scrive il giudice, era diventato di fatto un quartier generale per il narcotraffico, con poliziotti infedeli che sfruttavano le proprie funzioni per finalità criminali. L’inchiesta è ora al vaglio dell’autorità giudiziaria e potrebbe aprire nuovi scenari, sia sul piano penale che disciplinare.
L’Operazione “Sciacallo” conferma il ruolo decisivo della Direzione Investigativa Antimafia nel presidiare la legalità, anche quando il malaffare si annida all’interno delle istituzioni. Con un lavoro rigoroso, paziente e tecnicamente complesso, la DIA ha ricostruito un sistema criminale che sfruttava funzioni pubbliche per alimentare il traffico di cocaina, portando alla luce un vero e proprio tradimento della divisa, capace di minare la fiducia dei cittadini nello Stato. Grazie a questo intervento, lo Stato riafferma un principio fondamentale: nessuno è al di sopra della legge e la trasparenza delle istituzioni è un valore da difendere ogni giorno. Un’operazione che merita riconoscimento, perché restituisce credibilità, tutela la collettività e rafforza la fiducia nella capacità dello Stato di vigilare anche su sé stesso.
Anna Ammanniti
