C’è un’immagine che più di ogni parola racconta il fallimento di un sistema. Un uomo malato di tumore, sessant’anni, sdraiato sul pavimento di un pronto soccorso. Una coperta sotto la schiena, il catetere accanto, la moglie che prova a proteggerlo come può. Nessuna barella disponibile. Otto ore di attesa. Dolore che non si riesce più a sopportare. Poi il silenzio.
Franco Amoroso è morto nella sua casa di Senigallia. Ma prima ancora della morte fisica, quella fotografia aveva già certificato qualcos’altro: la caduta della dignità. E quando la dignità cade a terra, con essa cade anche il diritto. Ogni volta che accade un episodio simile si parla di “disservizio”, di “carenza di posti”, di “protocolli rispettati”. L’Azienda sanitaria ha avviato un’indagine interna. Le scuse istituzionali sono arrivate. Si attendono eventuali responsabilità. Ma c’è una domanda che resta sospesa: può davvero dirsi rispettato un protocollo, se una persona gravemente malata è costretta a sdraiarsi per terra? Qui non siamo davanti soltanto a un errore organizzativo. Siamo davanti a una frattura più profonda, la distanza crescente tra la sanità costituzionale e la sanità reale. L’art. 32 della Costituzione non lascia margini a interpretazioni: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Non è una formula retorica. È una norma precettiva, che impone allo Stato e alle Regioni obblighi concreti di organizzazione, efficienza e accessibilità del servizio sanitario. La Corte costituzionale ha ripetuto più volte che il diritto alla salute non si esaurisce nella mera possibilità teorica di cura, ma richiede prestazioni effettive, tempestive e dignitose. Non basta “entrare” in pronto soccorso. Bisogna essere presi in carico. E soprattutto, nessuno dovrebbe essere umiliato mentre chiede assistenza. È troppo facile cercare un colpevole individuale. La verità, spesso più scomoda, è sistemica: i pronto soccorso sovraffollati, una carenza cronica di personale, i tagli alla sanità territoriale, i posti letto insufficienti, la medicina d’emergenza trasformata in parcheggio sociale. In queste condizioni, anche i professionisti migliori diventano ingranaggi di una macchina che non regge. Ma l’inefficienza strutturale non attenua la responsabilità pubblica, la aggrava! Perché quando il servizio sanitario non funziona, non si viola solo una regola amministrativa, si comprime un diritto fondamentale. La dignità precede perfino la terapia. Un malato oncologico non chiede privilegi, chiede di non essere lasciato per terra. La barella non è un comfort, è il minimo etico. La giurisprudenza parla sempre più spesso di “diritto alla dignità della persona assistita”, collegato agli artt. 2, 3 e 32 Cost. Significa che la cura non riguarda solo il corpo, ma anche il rispetto umano. In questo senso, quell’immagine non è solo dolorosa, è incostituzionale. Il vero pericolo, inoltre è abituarsi. Pensare che sia normale aspettare ore, che sia inevitabile restare nei corridoi, che “non ci sono lettighe” sia una risposta accettabile. Quando l’eccezione diventa routine, il diritto si trasforma in favore e il cittadino, da titolare di un diritto, torna suddito di una disponibilità. Franco non è più qui, resta sua moglie. Resta quella fotografia, resta il disagio collettivo. E resta una domanda semplice, che dovrebbe guidare ogni politica sanitaria: se domani su quel pavimento ci fosse uno di noi, potremmo ancora dire che il diritto alla salute è garantito? Finché la risposta non sarà un sì convinto, l’art. 32 rimarrà una promessa incompiuta. Nessuna indagine interna potrà cancellare quella scena, perché un Paese civile si misura da come cura i più fragili, non da come spiega perché non è riuscito a farlo. Anna Ammanniti
