DALL’ITALIA – Brindisi, sequestrata nave russa

Irene Mizzoni
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​Un’operazione da manuale tra Guardia di Finanza e Dogane ha fermato un colosso del mare carichi di ferro. Dietro il sequestro, un intreccio di rotte camuffate, transponder spenti e documenti riscritti per aggirare le sanzioni internazionali.

Sembrava una delle tante navi cargo che ogni giorno solcano l’Adriatico per attraccare nel porto di Brindisi. Una sagoma imponente, battente bandiera di una sperduta isola dell’Oceania, con la stiva piena di 33.000 tonnellate di materiale ferroso. Eppure, dietro quella normale operazione commerciale, si nascondeva un tentativo sofisticato di aggirare i blocchi economici imposti dall’Europa alla Federazione Russa. ​Tutto è iniziato con un’allerta dei sistemi di analisi dell’Agenzia delle Dogane. C’era qualcosa che non tornava nella documentazione. Per vederci chiaro, i finanzieri del Gruppo di Brindisi e del Reparto Aeronavale hanno dovuto scavare nei “neuroni elettronici” della nave. ​Il cuore dell’indagine è stato il sistema AIS, il transponder che comunica in tempo reale la posizione di ogni imbarcazione. Durante il tragitto nel Mar Nero, quel segnale era stato spento. Un “buio” tattico durato giorni, proprio in corrispondenza del porto russo di Novorossijsk. L’obiettivo era semplice: rendere la nave invisibile, una sorta di “nave fantasma” capace di caricare merce sanzionata senza lasciare tracce digitali. ​Ma i “pirati” delle sanzioni non avevano fatto i conti con la memoria digitale di bordo. Incrociando i dati del sistema ECDIS (la carta nautica elettronica) con i registri internazionali della Lloyd’s Global Maritime, gli investigatori hanno ricostruito il puzzle. Nonostante il GPS fosse spento, i sistemi interni hanno confermato che la nave era ferma a Novorossijsk tra il 13 e il 16 novembre scorso per caricare il ferro. ​Al loro arrivo a Brindisi, il Comandante e l’equipaggio hanno provato a sostenere una versione diversa, presentando documenti di bordo che però sono apparsi subito incongruenti, pieni di cancellature e alterazioni grossolane. ​Il sequestro della nave e dell’intero carico non è solo un atto burocratico, ma un segnale politico e legale fortissimo. Il Regolamento UE 833-2014, varato dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, parla chiaro: certi porti e certe merci sono “fuorilegge” per il mercato europeo. ​Ora la parola passa alla magistratura. Il GIP ha già convalidato i sigilli e il Tribunale del Riesame ha confermato la solidità dell’impianto accusatorio. Sotto inchiesta sono finiti l’importatore, l’armatore e parte dell’equipaggio. Per loro l’accusa è pesante: concorso in elusione delle misure restrittive dell’Unione Europea. ​In un periodo di tensioni internazionali, il porto di Brindisi si conferma una frontiera della legalità dove la tecnologia e l’intuito delle fiamme gialle sono riusciti a vedere ciò che i radar, per scelta di qualcuno, non dovevano mostrare.
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