Sora – Stalking, condannato a due anni di carcere dopo mesi e mesi di tormento

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(di Roberta Pugliesi) Condannato a due anni di reclusione e al risarcimento delle parti civili il protagonista della vicenda nota come “Parenti serpenti”, che per anni ha sconvolto la vita di una famiglia di Sora.

È arrivata così, dopo un lungo e doloroso percorso giudiziario, la sentenza del Tribunale che chiude uno dei casi di stalking e persecuzione domestica più discussi degli ultimi anni, finito anche al centro di un servizio televisivo di un programma Mediaset. Una storia complessa e tormentata, segnata da denunce, ammonimenti e divieti di avvicinamento violati più volte, che ha lasciato profonde ferite nelle vittime. La condanna a due anni, pur rappresentando un passo avanti sul piano della giustizia, non restituisce la serenità perduta a chi per oltre un decennio ha vissuto nella paura. La famiglia, assistita dall’avvocato Massimiliano Contucci, ha denunciato innumerevoli episodi di molestie, ingiurie e comportamenti persecutori messi in atto da alcuni parenti che abitavano accanto alla loro casa. Un inferno fatto di appostamenti, fotografie, registrazioni, rumori molesti, minacce e offese continue. Le vittime, una madre e le sue figlie, hanno raccontato di essere state costrette a vivere segregate in casa, private della libertà e della tranquillità più elementare. “Non ne possiamo più di vivere così, è un incubo costante”, avevano dichiarato anni fa in un’intervista. “Avevamo otto e sei anni, ora siamo diventate grandi, ma si può crescere nella paura?”. Una testimonianza drammatica che aveva commosso l’opinione pubblica e messo in luce le difficoltà di una famiglia costretta a difendersi da un incubo durato quasi 15 anni. Il caso era stato raccontato anche nel libro Stalking, storia di un crimine ordinario di Antonio Russo, che ricostruiva con precisione la lunga serie di denunce e udienze. Secondo i referti medici, la madre e una delle figlie avevano sviluppato gravi disturbi d’ansia, attacchi di panico e difficoltà relazionali. Un pediatra, in un referto acquisito agli atti, aveva persino suggerito l’allontanamento della ragazza dall’abitazione, ritenendo quell’ambiente altamente pregiudizievole per la salute psichica. Con la sentenza di condanna, il Tribunale ha riconosciuto la gravità dei fatti e la responsabilità dell’imputato per gli atti persecutori commessi nel tempo. Tuttavia, le vittime non si dichiarano pienamente soddisfatte. Dopo tanti anni di sofferenza, il verdetto rappresenta solo un primo passo verso la verità e la giustizia. “Non ci restituisce quello che abbiamo perso – fanno sapere – ma almeno qualcuno ha finalmente detto che avevamo ragione”. Il caso “Parenti serpenti” resta uno dei più emblematici esempi di come i conflitti familiari, se non affrontati in tempo, possano degenerare in forme gravi di violenza e persecuzione.
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