FOCUS – “Il silenzio che uccide”, intervista alla criminologa Linda Corsaletti sui suicidi nelle forze dell’ordine: una crisi ignorata

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) Negli ultimi anni, il fenomeno dei suicidi tra gli appartenenti alle forze dell’ordine in Italia ha assunto proporzioni allarmanti, configurandosi come una vera e propria emergenza silenziosa e sistemica, spesso sottovalutata o ignorata dalle istituzioni e dall’opinione pubblica.

In questa intervista, la criminologa e sociologa Linda Corsaletti analizza le radici culturali, psicologiche e istituzionali di questo fenomeno, restituendo un quadro lucido e drammaticamente attuale. Si parla di stigma, isolamento, cultura del silenzio e di un modello identitario ancora ancorato all’idea del “duro” che non può cedere. Non si tratta di singole tragedie, ma di un malessere collettivo che interpella lo Stato e la società tutta. Perché la sicurezza non può essere costruita sull’indifferenza verso chi la garantisce. Un dialogo necessario, che rompe il tabù e invita a ripensare radicalmente il modo in cui ci prendiamo cura (o non ci prendiamo cura) di chi indossa una divisa. 1. Quanto è diffuso il fenomeno dei suicidi tra gli appartenenti alle forze dell’ordine in Italia? Possiamo parlare di una vera e propria emergenza? Sì, assolutamente possiamo parlare di emergenza. Negli ultimi anni si registra in media un suicidio ogni 10-15 giorni tra le forze dell’ordine italiane. È un dato costante, silenzioso, e troppo spesso ignorato. Le percentuali sono superiori rispetto alla media nazionale, segno che si tratta di un fenomeno strutturale e non episodico. 2. Perché proprio in questi corpi, che rappresentano lo Stato e la sicurezza, si registra una tale fragilità individuale e collettiva? Perché sono realtà ad altissima pressione emotiva. Si vive costantemente a contatto con il dolore, la violenza, l’imprevedibilità. Ma manca spesso un sistema di decompressione psicologica adeguato. La fragilità emerge quando non c’è uno spazio sicuro dove elaborare questi vissuti. 3. Quanto incide il modello culturale dominante all’interno delle forze armate e di polizia sull’incapacità di chiedere aiuto? Incide moltissimo. Il modello è ancora fortemente gerarchico, maschilista e impermeabile alla vulnerabilità. Chiedere aiuto è percepito come un fallimento personale, non come un atto di responsabilità. Questo frena l’accesso al supporto psicologico, anche quando è disponibile. 4. Quanto pesa, nella costruzione dell’identità di questi lavoratori, la retorica del “duro”, del “non cedere”, del “non mostrare debolezza”? Pesa enormemente. La figura del “duro” è interiorizzata fin dalla formazione. Mostrare emozioni viene visto come una debolezza incompatibile con il ruolo. Ma questa costruzione identitaria è pericolosa: crea isolamento, sofferenza non detta e, nei casi estremi, disperazione. 5. C’è ancora, secondo lei, uno stigma legato alla richiesta di supporto psicologico all’interno di questi contesti? Assolutamente sì. Lo stigma è forte e spesso alimentato proprio dall’interno delle istituzioni. Chi chiede aiuto teme ripercussioni, giudizi, marginalizzazione. La salute mentale non è ancora considerata parte integrante della professionalità. 6. Come interpreta la rimozione o il silenziamento di chi denuncia pubblicamente questa emergenza, come nel caso recente del generale Oresta? È un segnale molto grave. Silenziare chi denuncia equivale a legittimare il problema. Il caso Oresta dimostra che parlare di suicidi nelle forze dell’ordine è ancora un tabù istituzionale, e chi rompe il silenzio viene spesso visto come destabilizzante, anziché come portatore di verità. 7. È possibile parlare di un tabù istituzionale attorno al suicidio nelle forze dell’ordine? E perché? Sì, il suicidio è ancora un tabù perché mette in crisi l’immagine di forza e controllo che queste istituzioni vogliono proiettare. Ammettere l’esistenza del fenomeno significa dover rivedere profondamente le dinamiche interne, le politiche di supporto, la cultura gerarchica. È più comodo rimuovere che affrontare. 8. Quale ruolo dovrebbe avere la formazione sociologica, oltre che psicologica, nella preparazione dei membri delle forze armate e di polizia? Un ruolo centrale. La formazione sociologica aiuta a leggere i contesti, a comprendere il disagio sociale, a interpretare i comportamenti. È uno strumento di prevenzione e umanizzazione. La consapevolezza dei meccanismi sociali e relazionali è essenziale per un operatore che lavora ogni giorno dentro la complessità del reale. Grazie per aver scelto di trattare un argomento così importante complesso e delicato È arrivato il momento di smettere di trattare il suicidio nelle forze dell’ordine come un fatto isolato o una “tragica fatalità”. Occorre riconoscerlo per quello che è: un indicatore profondo di un malessere sistemico. Servono riforme strutturali, ma prima ancora un cambio di paradigma culturale. La sicurezza non può essere costruita sulla rimozione del dolore di chi la garantisce. Prendersi cura di chi indossa una divisa significa anche accettare che la vulnerabilità è parte dell’essere umano e, in definitiva, anche del servizio che si offre alla collettività. Nota informativa In Italia, secondo l’Osservatorio Suicidi in Divisa, ogni anno circa 50-60 appartenenti alle forze dell’ordine si suicidano. Questo significa in media un suicidio ogni 6-7 giorni, anche se in alcuni periodi la frequenza scende a uno ogni 10-15 giorni. Questi numeri sono più alti rispetto alla media della popolazione generale, segnalando un problema serio e strutturale che richiede attenzione da parte delle istituzioni e della società tutta. Fonte: Osservatorio Suicidi in Divisa – dati aggiornati al 2024 Anna Ammanniti
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