FOCUS – Parole che non lasciano traccia: viaggio nell’analfabetismo silenzioso

chiaro13
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In Italia l’analfabetismo non è affatto un problema del passato. Sebbene oggi la stragrande maggioranza della popolazione sappia formalmente leggere e scrivere, una fetta consistente degli adulti non possiede le competenze minime per comprendere un testo, interpretare un grafico, risolvere un problema pratico o svolgere semplici calcoli. Si parla, in questo caso, di analfabetismo funzionale, una condizione tanto diffusa quanto sottovalutata, che incide profondamente sulla qualità della democrazia, sull’inclusione sociale e sulla partecipazione informata dei cittadini.

Secondo l’indagine OCSE-PIAAC 2023, condotta su un campione rappresentativo di adulti tra i 16 e i 65 anni, circa il 35% degli italiani ha competenze di literacy e numeracy molto basse. In pratica, una persona su tre riesce a decifrare un testo scritto, ma non è in grado di comprenderne davvero il significato o di utilizzarne le informazioni nella vita quotidiana. Peggiori ancora sono i dati relativi al problem solving adattivo: ben il 46% della popolazione adulta si colloca al livello più basso, contro una media OCSE del 29%. Il fenomeno colpisce trasversalmente, ma esistono forti divari regionali e generazionali. Le regioni del Nord e del Centro, in particolare il Nord-Est e la Toscana, registrano punteggi medi in linea con gli standard europei. Al contrario, il Mezzogiorno e le Isole (come Sicilia, Calabria e Sardegna) mostrano performance significativamente inferiori: in alcune aree, meno di un adulto su cinque raggiunge un livello considerato adeguato di competenza testuale e numerica. Dal punto di vista anagrafico, i giovani tra i 16 e i 24 anni ottengono risultati migliori rispetto alle altre fasce d’età, pur senza eccellere. La situazione peggiora nettamente tra i 55 e i 65 anni, fascia che evidenzia le competenze più deboli, spesso legate a un basso livello di istruzione o a un’assenza prolungata di occasioni formative. A ciò si aggiunge il fenomeno dell’analfabetismo di ritorno: anche chi ha frequentato la scuola può, col tempo, perdere le proprie capacità se non le esercita. Secondo le stime, circa il 30% degli italiani tra i 25 e i 65 anni si trova in questa situazione. A rendere il quadro ancora più allarmante è il dato sulla cosiddetta “eccellenza”: solo il 5% degli italiani raggiunge i livelli più alti nelle competenze analizzate, contro una media OCSE del 12%. Un divario che segnala non solo un problema interno, ma anche una fragilità strutturale nel confronto internazionale. Le conseguenze sono profonde. In un Paese in cui una parte significativa della popolazione ha difficoltà a leggere un documento, comprendere una norma, o interpretare criticamente una notizia, si creano le condizioni perfette per la disinformazione, la delega cieca e il populismo. Se “lo dice il leader”, allora dev’essere vero, anche quando va contro la logica, la legge o la Costituzione. E così, la fragilità culturale diventa terreno fertile per derive autoritarie. In conclusione, mentre l’Italia ha formalmente superato l’analfabetismo del Novecento, oggi affronta una sfida ancora più insidiosa: un analfabetismo che non si vede, ma che blocca la crescita civile e democratica del Paese. Affrontarlo richiede visione politica, investimenti nella formazione degli adulti e una nuova centralità per la cultura come strumento di emancipazione e partecipazione. Perché una democrazia debole nelle competenze è una democrazia fragile, esposta a ogni deriva. Anna Ammanniti
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