Dopo mesi di cure intensive, dolore e speranza, una giovane madre palestinese può finalmente tirare un sospiro di sollievo. Suo figlio, giunto lo scorso febbraio al Policlinico Umberto I in condizioni disperate a causa di una grave malattia oncologica, ha iniziato la sua ripresa. Una battaglia difficile, combattuta non solo dalla famiglia ma anche da un’intera comunità sanitaria che non ha mai smesso di crederci.
Una vera e propria mobilitazione umana e professionale ha preso vita nei reparti dell’ospedale romano: medici, infermieri, specialisti e operatori sanitari si sono alternati giorno e notte per curare quel piccolo paziente arrivato da una terra martoriata dal conflitto, portando con sé il peso della malattia e della guerra. «Abbiamo fatto tutto il possibile per salvarlo», raccontano dal Policlinico, sottolineando lo straordinario impegno messo in campo. Ed è proprio grazie a quell’impegno collettivo che, oggi, il bambino ha lasciato l’ospedale per trasferirsi in una casa alloggio situata nei pressi dell’azienda ospedaliera, dove potrà proseguire le cure farmacologiche in un ambiente più sereno, sotto la costante supervisione dei medici del Policlinico, fino al pieno ristabilimento. Il caso non è isolato, ma rappresenta con forza il volto più umano della sanità pubblica: quello che non si volta dall’altra parte, nemmeno di fronte alle tragedie più lontane, né alle vite segnate dalla guerra. «Ogni vita conta», affermano dal Policlinico Umberto I. E in queste parole risuona tutto il senso di una missione che va oltre la medicina: quella di curare, accogliere e proteggere chi ha più bisogno, a prescindere da provenienza, cittadinanza o condizione sociale. Una storia di dolore e rinascita, di solidarietà concreta e speranza possibile, che illumina, anche solo per un momento, il buio di un conflitto che continua a privare i bambini del diritto più elementare: quello di vivere. Anna Ammanniti
