(di Cesidio Vano) Nella giornata di oggi si è tenuta ad Alvito, in località Fontanelle, la cerimonia per la commemorazione dell’81esimo anniversario della morte di Giuseppe Testa, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Ricordata anche l’uccisione di Giovanni Rosati.
La autorità presenti alla commemorazione
A rendere omaggio al ricordo di Testa c’erano: il Sindaco di Alvito Luciana Martini, il Sindaco e l’amministrazione di San Vincenzo Carlo Rossi, la stazione Carabinieri di Alvito e la Polizia Locale, l’associazione Carabinieri Valle di Roveto, l’ANPI provincia di Frosinone, il Comitato Permanente con Franco Persichetti e Dionisio Paglia, Don Alberto Mariani, una delegazione di Morrea e i familiari del soldato Testa con l’intervento speciale di suo nipote Marco Testa.
La corona deposta in memoria di Giovanni Rosati
Hanno preso parte alla cerimonia i ragazzi della 5’ elementare e delle classi della scuola Media, che hanno portato le loro testimonianze con letture, cartelloni e canti prepararti dai docenti dell’Istituto.
La cerimonia si è svolta presso il Memoriale dedicato al giovane eroe, ove a termine è stata deposta una corona d’alloro.
Al termine della cerimonia, una rappresentanza si è recata presso il memoriale a Giovanni Rosati, distante poche centinaia di metri da lì, dove insieme la famiglia è stata deposta una corona e ricordato in una breve commemorazione la storia di quest’altra vittima civile dell’epoca.
La lapide che ricorda il sacrificio di Giuseppe TestaGIUSEPPE TESTA
Tre giorni prima dell’armistizio era stato a Milano per conto della Direzione del Genio militare di Roma, presso la quale era impiegato. L’8 settembre 1943, mentre tentava di tornare a casa, il giovane geometra fu arrestato dai tedeschi a Monterotondo, nei pressi della Capitale. Restò poco nelle loro mani. Riuscito a liberarsi, il giovane impiegato, raggiunte le montagne dell’Abruzzo, prima affiancò l’attività di un sacerdote della Valle di Roveto (don Savino Ursini, che con altri giovani del luogo aveva costituito un comitato per l’assistenza ai detenuti politici, ai prigionieri alleati e ai militari italiani sbandati), e successivamente assunse il comando di un distaccamento della Banda “Patrioti della Marsica”. In seguito a delazione, il 21 marzo del 1944, i nazifascisti riuscirono ad arrestare don Ursini, due dei suoi collaboratori (Pietro Casalvieri e Paolo Antonio Gemmiti), e anche Giuseppe Testa. Al giovane comandante partigiano fu riservato un trattamento particolare. I tedeschi, che già gli avevano spezzato un braccio durante il primo interrogatorio, decisero di portarlo al loro Comando di Sora (Frosinone), per meglio poter infierire sul prigioniero. Ma anche lì, dopo giorni e giorni di sevizie, non riuscirono a farlo parlare. Sommariamente giudicato da un Tribunale militare tedesco, Giuseppe Testa fu condannato a morte e fucilato. La motivazione della MdO alla sua memoria dice: “Giovane ardente e di alti sentimenti di amore patrio, abbracciava con entusiasmo la causa dei partigiani, costituendo nel suo paese un comitato per l’assistenza dei prigionieri di guerra alleati e dei militari italiani sbandati. Arrestato per vile delazione di un militare tedesco fintosi inglese, non svelava, malgrado torture e minacce, l’organizzazione clandestina e il luogo dove era occultato un soldato alleato. Processato da un tribunale tedesco, benché promessagli salva la vita se avesse parlato, preferiva la morte. Dinanzi al plotone d’esecuzione, con virile fermezza, offriva la sua nobile e giovane vita per la libertà della Patria”.
GIOVANNI ROSATI
Il 29 maggio 1943, Giovanni Rosati, di 39 anni, fu assassinato da due militari tedeschi in ritirata (ad Alvito erano appena arrivati i liberatori neozelandesi) che gli spararono, a distanza, due colpi di pistola finendolo, una volta che lo avevano notato avvicinarsi festante ai militari alleati. A ricordare questo episodio, nella frazione di Sant’Onofrio dove avvenne la tragedia, c’è un’antica lapide – solo 6 anni fa riportata alla luce dal nipote di Giovanni, Vincenzo, che l’ha recuperata sotto metri di terra che nei decenni l’avevano sepolta – su cui è inciso il racconto del supplizio.