FOCUS – Sara e Ilaria uccise per un no. L’intervento della criminologa Linda Corsaletti

Anna Ammanniti
7 MIn Lettura
(di Anna Ammanniti) L’Italia si trova ancora una volta a fare i conti con la tragica realtà del femminicidio. Sara Campanella e Ilaria Sula sono gli ultimi, dolorosissimi nomi di una lista che, dall’8 marzo a oggi, conta già otto vittime.

Di fronte a questa spirale di violenza, abbiamo cercato la voce esperta della sociologa e criminologa Linda Corsaletti per andare oltre la cronaca e analizzare le cause profonde di questo fenomeno. La dottoressa Corsaletti ci offre una prospettiva lucida, esplorando le radici culturali del “possesso”, le lacune nell’educazione sentimentale e l’incapacità di alcuni uomini di accettare l’autonomia femminile. In questa intervista, analizziamo i segnali d’allarme spesso sottovalutati, il ruolo cruciale dei media e le strategie di prevenzione per contrastare un malessere strutturale che continua a costare vite. Un’occasione fondamentale per una riflessione collettiva e per individuare percorsi concreti verso un cambiamento culturale improrogabile. 1. Due nuovi femminicidi scuotono l’opinione pubblica. Siamo di fronte a emergenze isolate o al sintomo di un malessere strutturale nella nostra società? Questi episodi non sono emergenze isolate, ma il sintomo evidente di un malessere strutturale. Il femminicidio è solo la punta dell’iceberg di una cultura patriarcale ancora profondamente radicata. È la conseguenza estrema di un sistema che legittima la disuguaglianza, che insegna agli uomini a possedere e alle donne a compiacere, a giustificare, a resistere in silenzio. 2. Cosa ci rivelano questi omicidi sul modo in cui, ancora oggi, molti uomini vivono il rapporto con le donne? Ci parlano di un modello relazionale distorto, dove l’amore viene confuso con il controllo e l’identità maschile si fonda spesso sul dominio. Quando una donna decide di andarsene, per alcuni uomini è come perdere un pezzo di sé — non accettano il rifiuto perché non hanno imparato a convivere con la frustrazione, né a vivere relazioni paritarie. 3. Si parla spesso di “cultura del possesso”: è ancora radicata nella nostra quotidianità, anche quando non ce ne accorgiamo? Sì, è una cultura che permea il linguaggio, i media, le dinamiche familiari e affettive. La gelosia viene ancora narrata come una prova d’amore, il controllo come protezione, la sottomissione come romanticismo. Anche chi condanna la violenza estrema, spesso non riconosce la violenza quotidiana, quella fatta di parole, silenzi, ricatti emotivi. 4. Secondo lei cosa manca, oggi, nella nostra educazione sentimentale? Dove sbagliamo? Manca un’educazione al rispetto e alla reciprocità. Ai ragazzi insegniamo la performance, non l’empatia. Alle ragazze, spesso, la pazienza e la rinuncia. C’è bisogno di parlare apertamente di emozioni, di consenso, di confini personali. E di smettere di rinforzare stereotipi di genere che alimentano l’idea che la virilità coincida con il potere. 5. In molti casi, la violenza esplode quando la donna decide di chiudere una relazione. Cosa ci dice questo sull’incapacità di accettare il “no”? Ci dice che c’è una fragilità identitaria profonda in molti uomini, che vivono il rifiuto come un’umiliazione intollerabile. Ma ci dice anche che, culturalmente, il “no” di una donna continua a essere percepito come negoziabile, temporaneo, non definitivo. Finché non interiorizzeremo davvero il concetto di autonomia femminile, continueremo a vedere nella libertà delle donne una minaccia. 6. Lei crede che le campagne di sensibilizzazione siano davvero efficaci o che si rischi di parlare sempre alle stesse persone? Le campagne sono importanti, ma non bastano se restano autoreferenziali. Parlano spesso a chi è già consapevole. Per essere efficaci devono entrare nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei contesti più resistenti al cambiamento. Devono coinvolgere gli uomini, perché non si può delegare solo alle donne la lotta contro la violenza che subiscono. 7. Il ruolo dei media: quanto può incidere il modo in cui si raccontano questi fatti nel plasmare l’opinione pubblica e la cultura generale? Il modo in cui i media raccontano un femminicidio può fare la differenza tra una presa di coscienza e la riproduzione dello stigma. Troppo spesso assistiamo a narrazioni che giustificano l’assassino (“era depresso”, “non accettava la fine della relazione”) o colpevolizzano la vittima (“era uscita da sola”, “aveva un nuovo compagno”). Serve un linguaggio preciso, rispettoso, che nomini le cose per quello che sono: violenza, non raptus. Omicidio, non tragedia familiare. 8. C’è qualcosa, secondo lei, che continuiamo a ignorare o sottovalutare nel dibattito pubblico sul femminicidio? Sottovalutiamo le radici culturali profonde di questa violenza. La affrontiamo come emergenza, non come sistema. Ignoriamo quanto contino l’educazione, l’economia, la precarietà. Non basta arrestare chi uccide: bisogna cambiare le condizioni che permettono a tanti di sentirsi legittimati a farlo. Serve un lavoro capillare, lento, ma necessario e continuo. 9. Parliamo di prevenzione: quali sono i segnali che spesso vengono ignorati e che invece dovremmo imparare a riconoscere? Controllo eccessivo, isolamento dagli amici e dalla famiglia, denigrazione continua, gelosia patologica, minacce velate. Sono segnali che spesso vengono scambiati per “amore passionale” o “carattere forte”. Invece sono forme di abuso psicologico. La prevenzione inizia dal riconoscere questi segnali e dal fornire strumenti — alle donne ma anche agli uomini — per uscirne prima che sia troppo tardi. 10. Infine, cosa si sentirebbe di dire ai giovani — ragazzi e ragazze — che oggi crescono in un mondo in cui la parità sembra ancora un obiettivo lontano? Direi loro che la parità non è un’utopia, ma una responsabilità. Che hanno il potere di cambiare il modo in cui amano, ascoltano, parlano. Ai ragazzi, che la forza non è controllo, ma cura. Alle ragazze, che non devono mai sentirsi colpevoli della propria libertà. E a tutti, che il rispetto non è un’opzione: è la base di ogni relazione sana.
Condividi questo articolo
Nessun commento