(di Anna Ammanniti) Il 23 novembre 1980, un boato scosse la terra, trasformando un tranquillo pomeriggio in un incubo. Un terremoto di magnitudo 6,9 rase al suolo interi paesi in Campania e Basilicata, lasciando dietro di sé un paesaggio di macerie e un bilancio di vittime ancora oggi straziante. Il sisma registrò l’epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania e causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e secondo le stime più attendibili 2.914 morti.
Di fronte a una tragedia di tale portata, la risposta fu immediata e corale. Le Forze Armate, in prima linea, si prodigarono senza sosta per salvare vite umane e prestare soccorso. Il 67º Reggimento Fanteria di Persano, in particolare, si distinse per il suo impegno e la sua umanità. Ma non furono solo i professionisti a farsi avanti: migliaia di volontari, provenienti da ogni parte d’Italia, si riversarono nelle zone colpite, portando aiuti e speranza. Una comunità ferita, ma unita. La popolazione locale, pur provata nel profondo, dimostrò una straordinaria forza d’animo e una solidarietà commovente. Le storie di coraggio e altruismo che emerse da quelle macerie sono diventate un simbolo di resilienza e di unità. Oggi, a distanza di 44 anni, il terremoto dell’Irpinia continua a rappresentare una ferita aperta nella storia del nostro Paese. Le cicatrici sono ancora visibili nel paesaggio e nel cuore delle persone che lo abitano. Tuttavia, quella tragedia ha lasciato anche un’eredità preziosa: una maggiore consapevolezza del rischio sismico, un sistema di protezione civile più efficiente e, soprattutto, un monito a non dimenticare le lezioni del passato. L’esperienza dell’Irpinia ha dimostrato che la solidarietà e l’unione sono le armi più potenti per affrontare le avversità.
