IL PUNTO – Strage Paderno Dugnano, e se ci chiamassimo tutti Riccardo?

Irene Mizzoni
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di Lucio Meglio, Professore associato di sociologia Unicas –  È una sterile consuetudine quella che vede ogni tragedia essere accompagnata per giorni da un intenso dibattitto sul come mai tali episodi siano accaduti. Il palcoscenico dei giornali, blog e televisioni è tutto un pullulare di psicologi, psichiatri, operatori di comunità, ognuno pronto a dispensare giudizi, a spiegare con dovizia di particolari che i segnali non potevano non esserci, che non esiste la famiglia perfetta e via con trattati preconfezionati. Eppure un simile episodio dovrebbe essere trattato in punta di piedi, con rispetto, per dirla in prosa weberiana in maniera avalutativa, sospendendo qualsivoglia giudizio di valore nei confronti sia della famiglia sia del giovane coinvolto.

Il motivo? Lo stesso per il quale ci sentiamo così profondamente coinvolti: siamo tutti la famiglia di Paderno Dugnano e perché no siamo tutti Riccardo! Del resto la procuratrice Sabrina Ditaranto nella conferenza stampa del 02 settembre ha affermato con razionale lucidità, inascoltata ai più, che se dal punto di vista giudiziario non vi sia un movente, le cause sociologiche sono tutte aperte. Riccardo non era mai stato considerato, fino a tre giorni fa, un ragazzo con problemi psichici, non era in cura psicologica e nessuno aveva mai pensato a lui come ad un soggetto difficile o pericoloso. Del resto persone timide, introverse e riservate nel mondo non mancano e la lombrosiana teoria del delinquente nato è stata superata da un pezzo. Ed allora da cosa partire per provare a cercare (sempre in punta di piedi) di dare una interpretazione eziologica dell’accaduto, senza individuare improbabili indizi premonitori o ancestrali istinti di familicidio, ma restando su un livello di spiegazione macro-sociologico, senza scendere nel singolo episodio. È lo stesso Riccardo a dirlo: avevo un malessere. E si, quel malessere che negli ultimi due anni ha provocato, solo in Italia, un aumento del 75% di casi di suicidio tra i più giovani. Un malessere chiamato solitudine; uno stato di vulnerabilità emotiva dove alla gloria della società globale e della comunicazione si contrappone la solitudine dell’uomo comune, avvolto da una socialità incerta, confusa, sfocata. Una solitudine che trova in molti casi terreno fertile alla violenza contro sé stessi o contro chi mi è prossimo. Quanti innocenti messaggi di richieste d’incontri ad amici o conoscenti finiscono con è il tempo che manca! Eppure a chi si vuole bene si dovrebbe donare quello che non si ha (il tempo), invece di ciò che si ha e che può essere dato come scarto. Se ciò è vero per il mondo adulto, il tutto si amplifica nell’universo adolescenziale. Ai figli, oltre a riempire stanze di oggetti o vestiari inutili, è stato mai chiesto in disparte, da soli, guardandosi negli occhi e non con il capo chino sul telefono, sei felice? Hai un dolore? Abbiamo mai ritagliato, nell’infinità dei nostri impegni, un tempo da soli con loro, un gelato, una passeggiata in natura, madre o padre soli con il proprio figlio/a. Per non parlare dell’Istituzione scolastica. Oggi le scuole sono diventate un mero distributore d’istruzione. Si impara a far di conto e scrivere (non sempre bene) accantonando totalmente la funzione educativa, base del processo di socializzazione secondaria. La figura dell’insegnante (sostituita lessicalmente in quella accademica di professore) ha perso totalmente la sua antica vocazione; eppure questa parola ha una bellissima etimologia, la sua origine si deve al latino insignare, ovvero “incidere, imprimere dei segni”. Il mestiere dell’insegnante richiede, accanto alla conoscenza della materia di studio, anche e soprattutto una grande capacità empatica. E l’empatia non si impara, o ce l’hai o non ce l’hai, e in quest’ultimo caso sarebbe meglio non fare questo mestiere. L’insegnante non è un amico dello studente. Nel momento in cui va a mangiare con i discenti al di fuori dell’orario scolastico perde autorità. L’insegnante deve affascinare, sedurre con la cultura gli studenti ed imparare guardandoli negli occhi a riconoscerne fragilità ed insicurezze. Ed allora gli aspiranti insegnanti di oggi vengono sottoposti alla verifica di questa competenza? È possibile avere un corpo docente il cui reclutamento avviene mediante una raccolta sistematica di svariati Cfu senza alcun controllo sulle capacità relazionali di chi sale in cattedra? Questa è la società dove è cresciuto Riccardo. Questa è la nostra società. Non cerchiamo dunque di trovare improbabili spiegazioni sul perché sia accaduta questa tragedia. Pensiamo invece che ognuno di noi, nessuno escluso, è o potrebbe essere Riccardo!
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