(di Dario Facci) Si torna a parlare di riforma delle Province. Il decreto era pronto per l’approvazione già nello scorso aprile ma pare che proprio la Presidente del Consiglio non volle che si procedesse prima delle elezioni europee. Il tutto doveva essere procrastinato al 2025. Un paio di settimane fa una sibillina velina ANSA ha rivelato non meglio identificate “fonti di governo” secondo le quali tutto sarebbe pronto per dare il via alla riforma delle Province, o meglio, alla controriforma che le riporterà allo stato precedente l’abortita Legge Delrio, quella che dieci anni fa declassò l’ente al secondo livello e iniziò a svuotarlo di competenze e risorse. Il referendum però condannò quella legge e anche la leadership di Renzi. Sia al governo sia nel partito.
Secondo quelle voci “la sede naturale” per un ritorno alle Province come enti di primo livello “è il testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (TUOEL). Vale a dire il ripristino all’elezione diretta da parte dei cittadini oltre alla restituzione alle Province delle competenze e delle risorse. Il tema delle risorse per l’ente non è di secondaria importanza, anche se la famosa Delrio che avrebbe dovuto operare un risparmio cospicuo in realtà non lo ha realizzato, anzi, secondo alcune analisi avrebbe addirittura operato un qualche aggravio a causa del trasferimento del personale delle Province alle Regioni dove gli stipendi sono notevolmente superiori. In ogni caso il varo della riforma sarebbe pronto e in attesa delle osservazioni del Ministero dell’Economia e Finanza. Le stesse fonti governative, sempre secondo l’agenzia di stampa, considerano di fondamentale importanza inserire il documento in una “riforma organica” per “non ripetere gli errori commessi con la disastrosa legge Delrio”. Per questo, oltre al ruolo del MEF, sarebbe importante l’interlocuzione con la conferenza Stato-Regioni circa il trasferimento delle deleghe e delle funzioni. Se le voci di cui sopra corrispondono alla verità e dunque il programma annunciato nella trascorsa primavera di riprendere il percorso parlamentare in vista dell’anno giubilare si rivelerà coerente, anche se si deciderà, com’è probabile, che le nuove elezioni di primo livello si terranno alla scadenza naturale degli attuali mandati dei presidenti, la Provincia di Frosinone andrebbe al rinnovo al più tardi nella primavera del 2026 (le ultime elezioni del Presidente si sono tenute infatti nel dicembre del 2022). SONO GIA’ INIZIATE LE GRANDI MANOVRE E’ per questo motivo, cioè quello per il quale alle elezioni provinciali manca poco più di un anno e mezzo, che le grandi manovre per quell’appuntamento, secondo le voci dal Palazzo, sarebbero già iniziate anche nel Frusinate. La prospettiva di una carica elettiva di primo livello per Palazzo Jacobucci è ovviamente molto interessante per la classe politica. Lo è sia per la carica di Presidente come pure per quella di Consigliere Provinciale considerato il ritorno probabile anche al sistema dei Collegi elettorali e del ritorno degli assessorati. Inoltre, particolare non di poco conto, il recente adeguamento degli emolumenti che anche per i presidenti di Provincia (equiparati ai sindaci dei capoluoghi), come per gli assessori, sono diventati decisamente sostanziosi. Per quanto riguarda i sindaci dei capoluoghi sotto i 100.000 abitanti, dunque anche Frosinone, si tratta più o meno di 10.000 euro lordi al mese. E’ quasi certo che anche con la nuova normativa permanga l’indirizzo di equiparare il trattamento per il Presidente della Provincia (e degli Assessori) a quello del sindaco del capoluogo. Circolano già i nomi dei possibili candidati alla presidenza. Non solo, anche degli accordi elettorali che inizierebbero ad essere imbastiti nella previsione di un inizio di campagna elettorale tra poco più di un anno, cioè nell’autunno avanzato del 2025.
