Politica – In vista delle Europee si torna a litigare sul simbolo della DC. IL 14 maggio deciderà il Tribunale di Roma

Cesidio Vano
4 MIn Lettura
(di Cesidio Vano) Una guerra lunga decenni. È quella che si sta consumando sulla proprietà del simbolo della DC, l’imperitura Democrazia Cristiana. Ora toccherà nuovamente al Tribunale di Roma dire l’ultima (si spera) parola su quale sia il soggetto politico legittimato ad utilizzare il simbolo dello scudo crociato in occasione delle prossime elezioni, a partire da quelle europee e amministrative che si svolgeranno nell’election day dell’8 e 9 giugno prossimi.

Gianfranco Rotondi, presidente della Dc con Rotondi, che finora, dopo l’Udc, si è fregiato dello stemma più potente della politica della Prima Repubblica, grida oggi alla persecuzione. Dopo aver avuto già un ricorso ad Avellino da parte di Totò Cuffaro ora il prossimo 14 maggio dovrà difendersi anche a Roma dove lo ha convenuto in giudizio assieme a Lorenzo Cesa e lo stesso Cuffaro, il professor Nino Luciani, 84 anni ex docente dell’Università di Bologna. Luciani oltre al riconoscimento della proprietà del simbolo ha chiesto ai tre democristiani un risarcimento milionario. Attualmente si contano otto ‘Democrazie cristiane” tra cui c’è quella di Angelo Sandri, c’è come detto quella di Gianfranco Rotondi, c’è Rifondazione Dc di Publio Fiori, mentre la storica sede di Piazza del Gesù non è più in affitto: costa troppo ma resta la casa virtuale della Dc, almeno secondo i vari statuti. La contesa partì il 21 gennaio 1994, quando Martinazzoli convocò a piazza del Gesù il consiglio nazionale del partito. Con lui, erano in 27. Fra questi, Tina Anselmi, Rocco Buttiglione, Nicola Mancino, Flaminio Piccoli, Emilio Colombo e Sergio Mattarella. Deliberarono all’unanimità che la Dc assumesse la denominazione di Partito popolare italiano, mantenendo il simbolo dello scudocrociato. Ma secondo Luciani non potevano farlo. Avrebbe dovuto provvedere a ciò l’assemblea dei soci non il consiglio. Anche secondo la Cassazione è così. Ed infatti, proprio rivolgendosi al tribunale, come prevede il codice civile per le associazioni (e i partiti in Italia tali sono) nel caso in cui non ci siano più organi di amministrazione. Nel 2016 il tribunale civile di Roma ha autorizzato il professor Luciani a presiedere l’assemblea dei soci, che, riunitasi nel febbraio 2017, nominò presidente Gianni Fontana, ex ministro dell’Agricoltura, con il compito di convocare il congresso. Fontana a causa di una malattia si dimise nel 2020 e al suo posto fu stato eletto lo stesso Luciani che ha fatto celebrare il XIX congresso della Dc da cui è uscito segretario. Luciani è anche sicuro di essere l’unico tra i tanti ‘figli’ della Balena bianca a poter dimostrare continuità tra la Dc del 1994 e la sua formazione politica attuale. Lo ha già fatto in passato esibendo davanti al Viminale due ordinanze della magistratura che si pronunciano in tal senso e archiviando il caso “Pizza”, nel senso di Giuseppe Pizza, che su Wikipedia viene indicato come attuale segretario della Democrazia Cristiana. Tutta la vicenda, però e come detto, dovrà ora essere riesaminata dai giudici capitolini a metà maggio. Chissà se le spoglie della Balena bianca potranno trovare finalmente riposo?
Condividi questo articolo
Nessun commento