(di Alessandro Iacobelli) Una dolorosa rinuncia per compiere il salto decisivo. Via Oscar, dentro due mastini americani. Alla vigilia della stagione ’90-’91 la Juve Caserta, sponsorizzata Phonola, vara una mini rivoluzione nell’organico che scatena in principio tante polemiche ma che, mesi dopo, strapperà applausi e giubilo.

Gianfranco Maggiò alla presidenza, subentrato al timone dopo la scomparsa del mitico padre Giovanni nel 1987, Giancarlo Sarti dietro la scrivania e coach Marcelletti giocano la carta più rischiosa per inseguire il sogno dei sogni: lo scudetto. In sede di mercato l’intenzione, che troverà poi totale concretezza, è quella di salutare l’asso brasiliano Oscar Schmidt per arricchire il roster con nuove alternative tattiche mediante l’arrivo di due pedine dagli Stati Uniti. Apriti cielo. La polemica scoppia come una bomba in città. La scelta però è fatta senza possibilità di una marcia indietro.
Il campione sudamericano lascia la Campania in lacrime. Atterrano due personaggi destinati a scrivere la storia cestistica di Caserta. Il mercato americano è complesso e pieno di insidie, ma quella vecchia volpe di Sarti vanta ottimi contatti dall’altra parte del globo. Eccoli: Tellis Frank e Charles Shackleford. Il primo è un’ala grande, il secondo un centro. 208 cm per entrambi e peculiarità diverse ma perfettamente conciliabili. Charles giunge dai New Jersey Nets e si dimostrerà il miglior rimbalzista della Serie A1 con la casacca bianconera (media 15,8). Letale sotto canestro, utile in difesa. D’altro canto Tellis è il prototipo della pedina imprescindibile per una qualsiasi squadra. Quattordicesima scelta nel Draft NBA dei Golden State Warriors nel 1987, vive un’annata ai Miami Heat per poi sposare il progetto casertano. Altruista, concreto, preciso passatore. Il mix è vincente e consente ai ragazzi d’oro Gentile ed Esposito, prodotti del florido vivaio di casa, di sprigionare le loro indubbie qualità al tiro e in penetrazione. La ciliegina sulla torta è Sandro Dell’Agnello. Origini toscane, classe 1961, vive in simbiosi con il contesto campano per otto lunghi anni. I numeri parlano per lui: 13,1 punti e 4,7 rimbalzi di media nella regular season. Statistica che si evolve nella fase playoff toccando i 15,4 punti e 6,5 rimbalzi di media.

Il campionato regolare va in archivio con la Phonola al secondo posto in classifica a quota 40 dietro Milano (42 punti). Si va agli spareggi. I bianconeri, come i lombardi, approdano direttamente ai quarti dove superano in tre sfide la Scavolini Pesaro (due successi e una sconfitta). In semifinale va ko la Knorr Bologna al culmine di una serie molto tirata (80-82 Juve in gara 1, 75-73 Bologna in gara 2, 76-91 Phonola in gara 3). Dal canto suo Milano elimina la Stefanel Trieste di Tanjevic ai quarti e Il Messaggero Roma in semifinale (serie chiusa in due gare 111-94 e 105-90). Quella era un’Olimpia priva del mito Meneghin e dell’asso USA Bob Mc Adoo. In panchina c’è coach Mike D’Antoni. Sul parquet due new entry americane: Cozell McQueen e Jay Vincent. Ci sono pure i simboli italiani Pittis (capitano) e Riva.

La finalissima si disputa al meglio delle 5 partite. La Philips si aggiudica la prima e la terza (99-90 e 87-82). L’ennesima beffa per Caserta? Campani eterni secondi? Tutto come previsto? Stavolta no! I Marcelletti boys si fissano negli occhi e gettano il cuore oltre l’ostacolo. Dopo il successo in gara 2 80 a 94, mettono la freccia in gara 4 e 5. Al Pala Maggiò termina 93 a 81. Ultimo atto dunque al Forum. L’impresa parte in salita a causa dell’infortunio che esclude dalla lotta Vincenzo Esposito (presente in stampelle a supporto dei compagni in campo). Poco male, Caserta vola sulle ali dell’entusiasmo e piega la resistenza avversaria con un perentorio 88-97. Tripudio, lacrime, commozione, gioia sfrenata. Semplicemente scudetto.