(di Cesidio Vano) La seduta consiliare di sabato mattina, che si sperava potesse fare chiarezza sulle motivazioni che hanno portato il sindaco di Alvito, Luciana Martini, a revocare l’incarico di assessore al consigliere comunale Carmine Cervi – a causa del venir meno del rapporto fiduciario -, è servita a ben poco.
Le parti (assessore revocato – oggi consigliere passato in minoranza – e primo cittadino) hanno continuato a scambiarsi accuse: Cervi lamenta in sintesi di non essere stato messo nelle condizioni di svolgere il suo mandato (ed anzi spesso di essere stato scavalcato o tenuto all’oscuro di alcune vicende), di non aver potuto accedere al protocollo, alla pec e alla mail dell’ente; Martini gli ricorda l’assenza di qualsiasi suo intervento in molte delle deleghe conferite, una scarsa pro-attività, l’assenza di iniziativa e la necessità di essere di volta in volta invitato a partecipare o a fare qualcosa. Va Bene. Fin qua, nulla di nuovo. La verità è che tra i due, un vero e proprio rapporto di fiducia non c’è mai stato. E sarebbe da chiedersi perché allora Cervi è stato chiamato in giunta. La risposta c’è ed è anche semplice: perché in giunta sono andati ‘quelli che avevano più preferenze’: quindi Angelo Cervi (vicesindaco con 183 preferenze) e Carmine Cervi (con 174). Detto per inciso – e chiarito che non è il caso di Alvito (dove tutti gli assessori erano e sono capaci e competenti) -, capirete però che la regola per cui chi ha più preferenze personali va a governare, comporta che facilmente il macellaio del paese – che ti mette da parte le bistecche buone -, se si candita casomai raccoglie il voto di decine e decine di massaie riconoscenti: poi, tra il saper tagliar bene un fiorentina e gestire la cosa civica ce ne può passare e molto. Per quello, dalla riforma del 1993, è il sindaco a scegliersi gli assessori e gestire le deleghe, a prescindere dai voti portati, ma in funzione delle capacità e competenze sperate. Andiamo oltre. C’era l’accordo, tra i candidati della lista Albetum che ha portato alla vittoria il sindaco Luciana Martini, secondo cui i consiglieri eletti, che fossero stati nominati assessori, avrebbero dovuto lasciare il consiglio per fare posto al primo dei non eletti (così che potesse partecipare al governo del paese il maggior numero di candidati). Cervi ha sempre detto – e recentemente ribadito – che non ha voluto dimettersi da consigliere poiché così facendo il sindaco avrebbe potuto rimuoverlo dalla giunta in ogni momento e lui sarebbe rimasto fuori dal Palazzo: non più consigliere perché s’era dimesso; non più assessore perché rimosso. Insomma, Cervi fin dal primo momento non si fidava di Martini. Ora è chiaro che un rapporto di ‘non-fiducia’ che nasce così, difficilmente va lontano, e infatti… Anzi, troppo è durato, visto che Cervi lamenta da anni, di esser ostacolato, tenuto all’oscuro di questioni relative alle sue deleghe e financo di incontri e riunioni: un altro, al suo posto, avrebbe rimesso le deleghe subito, denunciando – allora sì con piena ragione – l’oscuro andazzo nelle segrete stanze di Palazzo Gallio. Invece è rimasto lì per tre anni, subendo impedito nel fare l’assessore. Mah! Altra cosa: Nel voluminoso fascioletto che Cervi ha depositato in Consiglio comunale di sabato scorso, c’è un’appassionata difesa della sua posizione. Ottimo. Nulla che si possa dire. Ha però più volte ripetuto – forse un po’ troppo – che lui ha ricevuto 174 preferenze, che sono servite a vincere le elezioni, e ora, ciononostante, incassati quei voti, viene messo da parte. Ecco: qua non ci siamo! Perché la logica politica si scontra con quella matematica, e siccome la seconda non ammette opinioni, straccia e vince: dunque, la lista Albetum di Martini ha vinto le elezioni dell’ottobre 2021 per 31 voti in più rispetto alla concorrente lista Alvito Bello. Siccome il consigliere meno votato, di preferenze ne ha riportate 39, si deve concludere che tutti i voti dei consiglieri – TUTTI – compresi quelli di Cervi, ma anche dell’ultimo dei votati, sono stati utili ma non essenziali: fossero mancati i 174 si sarebbe perso: è vero, ma anche se fossero mancati i 39 dell’ultimo arrivato, avrebbe vito la lista avversaria. Sintesi: ha vinto la squadra. Il tutto detto senza aggiungere che in realtà il solo simbolo della lista (cioè contando anche le schede che non avevano preferenza espressa) di voti ne ha portati oltre 860. Ultima questione: L’ex assessore ha lamentato di essere stato ostacolato nel suo ruolo (di assessore?) poiché non gli era consentito di poter accedere alla Pec e alla mail del Comune. Ora, un accesso libero e generalizzato alla posta elettronica certificata o meno dell’ente, non può essere motivo per non poter svolgere il ruolo di assessore: l’impossibilità c’è se ti vengono sottratti atti, questioni e informazioni concernenti le deleghe assegnate (e se così è stato Cervi ha ragione da vendere). Ma se, per esempio, non sai della pratica dei servizi sociali – di cui si occupa un altro delegato – mentre hai la delega al Personale, le due cose – appare chiaro – non interagiscono. Se poi hai la delega al Decoro urbano, non è leggendo le mail che ti accorgi del degrado in cui versano alcuni vicoli, casomai facendo un giro in paese si apprende di più in materia. Ma comunque, qui si commette un altro errore: l’accesso – non generalizzato ma per soli capi di sintesi – al protocollo (che poi contiene le comunicazioni ricevute per mail e Pec) è sì consentito dal testo unico ma ai consiglieri comunali. Si capisce che la norma è scritta per tutelare il diritto di informazione di chi fa parte del consiglio, cioè dell’organo che svolge al funzione di indirizzo ma soprattutto controllo sull’ente comunale e sull’esecutivo. Ma se sei consigliere e assessore, non puoi fare il controllore (degli altri) il libero gestore delle scelte di governo per le tue deleghe: l’assessore di minoranza (o di opposizione) non esiste (a meno che non lo si voglia inventare ad Alvito). Dunque, se uno vuol fare il ‘controllore’; dunque se non c’è fiducia, questa è una partita cominciata male dall’inizio e che non poteva che concludersi come si è conclusa, forse anche dopo troppo tempo. Ecco perché non ha senso lo scontro in atto tra Cervi e Martini.
