Pnalm – “Cani randagi e patronali lasciati liberi sono una seria minaccia per la fauna selvatica”. Ecco lo studio che lo conferma

Cesidio Vano
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(di Cesidio Vano) Rapporto uomo-cane e impatto dei cani liberi sulla fauna. Il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise richiama tutti al senso di responsabilità, perché se è ormai assodato che i cani hanno un impatto estremamente positivo sulle nostre vite da umani, sia da un punto di vista emotivo, sia fisico, questo purtroppo però non è valido nei confronti della fauna.

“In ecologia – spiegano dal Pnalm -, sempre più studi hanno dimostrato la pericolosità dei cani “mal gestiti” per la fauna: predazione, competizione, trasmissione di patogeni, disturbo ed ibridazione con i lupi, sono solo alcuni dei fattori di rischio per la conservazione di molte specie di animali selvatici”. A ribadire questa criticità è anche un recente studio scientifico (pubblicato di recente sulla Rivista Scientifica Biodiversity and Conservation edita da Springer) e che cerca di fare luce su questa situazione. Proprio richiamando questo recente lavoro di ricerca che dal Pnalm ricordano come “Un Parco Nazionale non è altro che un luogo dove uomini e donne rinnovano, ogni giorno, la sfida della coesistenza con la natura. La scienza, attraverso i dati, ci pone delle evidenze sulle quali costruire regole per la conservazione di specie e habitat. Uno dei temi centrali, da molti spesso sottovalutato, per la gestione dei Parchi Nazionali e delle aree protette è quello dell’interazione fra cani liberi e fauna. Se consideriamo che il numero di cani domestici è ormai in costante crescita e che, per negligenza degli esseri umani, ve ne sono sempre di più vaganti sul territorio e/o abbandonati, e a questo aggiungiamo il fatto che il 50% della popolazione italiana non ritiene i cani liberi come fonte potenziale di problemi (Genovesi 2000), diventa chiaro che il fenomeno trattato nello studio, qui riportato, è ancora più allarmante. Infatti, come si può risolvere un problema quando questo non è considerato tale da una grande fetta di popolazione italiana?” Lo studio, realizzato da un gruppo di ricercatori e ricercatrici italiane, ha tentato di fare luce sul potenziale impatto dei cani vaganti (abbandonati e non) sulla fauna, analizzando i dati ottenuti dalla raccolta di campioni fecali e da sondaggi di Citizen Science. I risultati dei sondaggi online restituiscono un quadro chiaro: nel periodo che va dal 2002 al 2022, sono state registrate dai cittadini e le cittadine che hanno partecipato al sondaggio 589 aggressioni di cani ai danni di 95 specie selvatiche diverse, in 162 differenti località di tutta Italia. Il 95.75% delle aggressioni è terminata con la morte dell’animale aggredito; 450 attacchi sono stati causati da cani vaganti e 133 da cani padronali non tenuti al guinzaglio o non confinati in giardini, più 6 casi di aggressione da cani tenuti al guinzaglio. “Le specie uccise sono le più disparate – dicono dal Parco -: il capriolo in primis, seguito dal riccio, dalla nutria, dalla lepre e dal merlo. Molti dei vertebrati attaccati non apparteneva a specie a rischio di estinzione ma non mancano casi di specie “prossime alla minaccia” e “vulnerabili” o anche a “rischio di estinzione”. Infine nel campione sono incluse anche 8 specie endemiche italiane, di cui 3 ad alto rischio di estinzione, tra le quali figura anche l’orso bruno marsicano con un solo caso registrato (l’orsa Morena)”. Lo studio riporta anche che dall’analisi dei 148 campioni fecali di cane, raccolti in aree rurali del Centro Italia, è emerso come siano i mammiferi ad essere l’alimento base della dieta di questi animali domestici. All’interno dei campioni sono state identificate 30 diverse specie animali, con componenti importanti della dieta rappresentati dal cinghiale, pecora domestica, lepre, capriolo e pernice grigia. “I potenziali effetti negativi dei cani domestici sulla fauna – aggiungono dall’area protetta – non sono solo istantanei: il disturbo causato alla fauna può tradursi in una serie di effetti a cascata, per cui si delinea ciò che viene tecnicamente definito “paesaggio della paura”. Gli animali selvatici, una volta disturbati/spaventati, per paura di esserlo ancora, cambiano “casa” per nutrirsi, riposarsi ed accoppiarsi, abbandonando i territori più idonei alle loro attività quotidiane, esponendosi ad altri rischi”. Con preoccupazione dal Pnalm vogliono poi sottolineare come “pur non trattandosi di uno studio sistematico e data quindi l’esiguità dei dati raccolti in relazione al numero stimato di cani presenti in Italia (circa 8 mln), i risultati ottenuti sono solamente una sottostima della reale entità del fenomeno. Questo non fa che confermare l’estrema importanza del rispetto delle regole attinenti alla gestione dei cani all’interno delle aree protette, in particolar modo quelle relative al contrasto al randagismo canino, la cui competenza è a carico alle Amministrazioni Comunali e delle Asl, ma anche l’accettazione da parte dei visitatori del Parco, accompagnati dai loro amici a quattro zampe, a rispettare fermamente i regolamenti vigenti, andando con il cane solo lungo i sentieri autorizzati e portandolo sempre con il guinzaglio”.
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