(di Anna Ammanniti) Alessandra ed Emiliano sono i genitori di una bambina di quasi 5 anni con disturbo misto dello sviluppo certificato. La famiglia risiede ad Anagni da qualche anno e da un paio di mesi vive una situazione di grande disagio con il servizio sanitario pubblico locale.
Alessandra è la mamma autistica di livello 1 di una bambina in fase di accertamento in quanto potrebbe essere anche lei nello spettro autistico. Il DSM-5 distingue 3 livelli di autismo e il livello 1 è definito “autismo lieve”, senza compromissione cognitiva. “È un disturbo che ci porteremo per tutta la vita, anche se possiamo affrontarlo adeguatamente con le giuste terapie”, spiega Alessandra. Dopo una visita specialistica alla piccola, effettuata presso il reparto di neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù e anche presso un ambulatorio privato, Alessandra ed Emiliano si rivolgono al pediatra di famiglia per la prescrizione degli esami strumentali di accertamento predisposti dal Bambino Gesù. “A sorpresa però – raccontano i genitori – la dottoressa, medico pediatra di famiglia, si rifiuta di fare le prescrizioni, motivando il diniego con il fatto di non essere in possesso del referto medico specialistico”. I genitori della piccola restano sbalorditi perché avevano inviato il referto il giorno prima. Dopo una serie di insistenze e di “appelli al diritto alla salute e al codice deontologico” riescono ad avere le impegnative per le visite. Effettuano le visite alla piccola, dalle quali emergono effettivamente dei problemi. “Il problema- dicono – è che il medico di fiducia dovrebbe essere un punto di riferimento, spesso anche un sostegno morale e non occasione di continuo scontro, inoltre rivolgersi sempre al ‘dottore privato’ ha un suo costo. D’altronde perché non avvalersi del medico di famiglia se viene pagato con le tasse dei contribuenti?”. Da quanto raccontato dalla famiglia della bambina non sarebbe la prima volta che la dottoressa si “rifiuta”. La donna racconta che da mesi chiedeva alla pediatra di prescrivere accertamenti alla figlia, ma lei si sarebbe opposta dicendo tra le diverse cose, che la signora soffre di ansia. Alessandra spiega che l’ansia è spesso un sintomo di chi è nello spettro autistico, ma sottolinea che un medico comunque non può “rifiutarsi di venire in soccorso” quando la sua attività lo chiama. “Ci viene da pensare se davvero bisogna andare dal proprio medico curante o dal pediatra con l’avvocato accanto, oppure dopo aver studiato il codice deontologico medico e il codice penale? Ma non dovrebbero essere i pediatri di libera scelta e i medici di base le figure preposte alla prevenzione territoriale? E non sono gli stessi che sottoscrivono il giuramento d’Ippocrate? Essendo destinate parte delle nostre tasse al Servizio Sanitario Nazionale per quale motivo dobbiamo aver ‘paura’ di avvalerci dello stesso, essendo messi in condizione di ricorrere sempre al privato?” I genitori della bambina spiegano che “ad Anagni ci sarebbero stati altri eventi con altri pediatri che si sarebbero rifiutati di fare prescrizioni di prestazioni specialistiche con la motivazione che non è loro ‘competenza’ quando è uno specialista a richiedere degli approfondimenti e riguardo a una prima visita non sanno come motivare la prescrizione alla voce ‘quesito diagnostico’. “Ma così facendo ci costringono a rivolgerci al ‘privato’”. “Vorremmo sapere cosa ne pensa anche il nostro sindaco che si è e si sta tanto prodigando per la questione sanitaria di Anagni”. Tg24 resta a disposizione per qualsiasi chiarimento e/o replica.
