Artena – Il Tar boccia l’ampliamento del cementificio Fassa Bortolo

Anna Ammanniti
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L’ampliamento del cementificio Fassa Bortolo a confine tra i comuni di Artena e Cori non verrà realizzato. Vittoria dei Comitati cittadini.

Il Tar del Lazio chiamato ad esprimersi se confermare o meno la sospensione già concessa dell’autorizzazione regionale per l’ampliamento del cementificio ha deciso di annullare l’autorizzazione della società ad un mese e mezzo dall’introduzione del giudizio. La sentenza impedisce definitivamente a Fassa Bortolo di realizzare il suo nuovo cementificio. La decisione positiva era attesa ed auspicata dopo che lo scorso 25 ottobre il Tar aveva accolto le obiezioni sollevate con l’atto di intervento ad adiuvandum presentato dai comitati civici – Comitato Residenti Colleferro, Comitato Cittadini di Giulianello, Comitato Carventum, Cittadini di Rocca Massima e Comitato Cittadini di Lariano – in favore del Comune di Cori, ricorrente contro la Regione Lazio, il Comune di Artena e la Fassa Bortolo, rispetto alla illegittimità degli atti posti in essere nell’ambito del procedimento amministrativo regionale del PAUR. Il Tar infatti aveva deciso, con provvedimento monocratico di urgenza di sospendere l’autorizzazione regionale, bloccando l’inizio dei lavori in attesa della decisione presa nella giornata di ieri. Il Tar ha individuato nel parere tecnico di Arpa l’elemento critico dirimente, osservando che per la dispersione delle emissioni è stato utilizzato un modello di calcolo che non rispetta le distanze legali, necessarie per comprendere tutte le ricadute delle emissioni dovute all’esercizio dell’attività e che quindi era necessario un aggiornamento del relativo studio. La Regione invece si è limitata a prendere atto delle integrazioni prodotte dalla società, senza tenere conto che al parere di Arpa doveva seguire un atto motivato e puntuale. Il progetto di ampliamento prevede un nuovo forno di calcinazione a ciclo continuo da alimentare mediante combustione con rifiuti di legno e un nuovo impianto per la produzione di idrato di calcio. Forni di 32 metri – l’edificio più alto è di 60 metri – per un totale di 400 tonnellate al giorno, con 23 nuovi camini contro gli attuali 7. Gli aspetti tecnici del progetto evidenziano la capacità dell’intervento di produrre un potenziale impatto sanitario ed ambientale, che colpisce e sacrifica una zona già fragile, ricompresa nel SIN valle del Sacco, dove la pessima qualità dell’aria e il forte inquinamento industriale per la salute degli abitanti e per l’economia agricola sono causa di costanti tensioni e preoccupazioni. “Sono molti i motivi che ci hanno spinto a rivolgerci alla giustizia amministrativa – commenta Ina Camilli, rappresentante del Comitato residenti Colleferro, rappresentato e difeso dall’Avv. Vittorina Teofilatto -. Innanzitutto la vicinanza dei due Comuni, dove si registrerebbero ricadute negative sia per i fumi dei camini, sia per le polveri sottili dovute al traffico pesante verso il casello autostradale di Colleferro, adiacente al Monumento naturale Selva di Paliano e Mola di Piscoli. In secondo luogo non è stato garantito un percorso realmente partecipato e condiviso con il territorio. Terzo per solidarietà verso la realtà artenese per il prevalere in maniera aggressiva di interessi economici rispetto a quelli della salute umana e dell’ecosistema. Le comunità di Colleferro ed Artena hanno vissuto momenti terribili negli ultimi anni ed ogni occasione di condivisione e vicinanza su temi di rilevanza pubblica deve essere colta. La Regione e i privati che intendono investire sul territorio devono farlo osservando la legge e devono ‘restituire’ il potere di decidere del loro futuro ai cittadini, mentre, ancora una volta, il conflitto è stato deciso dalla magistratura e non dalla politica, molto spesso troppo vicina ad alcuni interessi per riuscire ad ascoltare la voce dei cittadini e farsi interprete dei loro bisogni. Ha vinto il bisogno di legalità, il rispetto dell’ambiente e delle esigenze di tutti i cittadini, ben consapevoli che questa vittoria è solo un punto di partenza poiché la sentenza non è una decisione definitiva, ma può essere appellata avanti il Consiglio di Stato. Così come è possibile che la società presenti una nuova istanza, tenendo conto delle indicazioni della sentenza. In ogni caso nel futuro saremo vigili rispetto ad eventuali forzature del procedimento da parte di chiunque”. Soddisfazione è stata espressa dai legali del comune di Cori, Francesco Salvi e Maria Antonietta Di Noia dello Studio esperto in diritto ambientale B-HSE: “Il Tar fa giustizia di un procedimento decisamente sui generis, che ignorava le osservazioni e le prescrizioni dell’Arpa e legittimava una serie di ulteriori inaccettabili criticità. Abbiamo assistito a un iter innaturalmente velocizzato e senza le dovute attenzioni ambientali e sanitarie, che non ha tenuto in debito conto i pareri tecnici e le considerazioni espresse, non tutte necessariamente ostili all’attività industriale ma comunque tali da richiedere una maggiore ponderazione e non, certamente, forzature sconsiderevoli per portare avanti un progetto allo stato incompatibile con il territorio”. Quella della valle del Sacco è una lunga storia di campagne civili, che forse non avranno mai fine. Anna Ammanniti
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