In Ciociaria, ha da poco risolto parte dei suoi guai giudiziari. A Roma è imputato per ‘disastro ambientale’.
Paolo Tolmino Saccani, che di Acea Ato 5, dal 2013 al 2016, è stato amministratore delegato, prima, e presidente esecutivo, poi, ora è sotto processo a Roma, dove è chiamato a rispondere, assieme ad altri sette manager, del grave reato di disastro ambientale, per il prelievo eccessivo e indiscriminato d’acqua dal lago di Bracciano, area naturale protetta, fatto da Acea nel 2017 per fronteggiare la dichiarata crisi idrica. Con la Giustizia ciociara, invece, Saccani ha chiuso i conti lo scorso mese di febbraio, quando il Gup di Frosinone lo ha prosciolto, assieme agli altri imputati, dalle accuse mosse dalla procura in merito alla gestione contabile e amministrativa di Acea Ato 5, negli anni in cui ne è stato amministratore e presidente. Lo stesso Gup, però, ha trasferito alla procura di Roma 5 rimanenti capi di imputazione (tra cui i reati fiscali), sui quali si è dichiarato incompetente. Quando era alla guida di Acea Ato 5, Paolo Saccani era divenuto famoso per aver trattato come ‘bifolchi’ gli utenti ciociari del servizio idrico, tacciandoli, in una relazione inviata all’Autorità d’ambito e all’Authority nazionale e con cui pretendeva un cospicuo aumento del recupero della morosità in tariffa, di essere tanto arretrati e incivili da ritenere che l’acqua non si dovesse pagare affatto. Una scivolata che, nel giro di qualche mese e con i ciociari incavolati neri, gli era costata la guida della società. Tornando al processo romano, questa mattina il procedimento per disastro ambientale è entrato nel vivo. La Procura capitolina sostiene che, a vario titolo e in concorso tra loro, gli imputati abbiano, da un lato, effettuato prelievi idrici in violazione di quanto previsto dalla concessione (in particolare continuando a captare l’acqua del lago sotto il livello di 161,90 m.s.m.) e, dall’altro, di aver agito in violazione della concessione rilasciata ad Acea, non assicurando il mantenimento delle escursioni del livello del lago nell’ambito di quelle naturali,così da cagionare abusivamente l’alterazione irreversibile dell’ecosistema del lago di Bracciano, che è anche un’area naturale protetta. Nel 2017, fu un esposto alla magistratura, presentato dal Comitato per la Difesa del Bacino Lacuale Bracciano-Martignano, a dare il via all’’inchiesta che, in un primo momento, vedeva indagate ben 15 persone, sette delle quali poi prosciolte a termine dell’udienza preliminare. Dal Comitato firmatario della denuncia, che è stato ammesso quale parte civile, hanno evidenziato come “non dovrà più accadere che una multinazionale che gestisce un bene comune come l’acqua faccia scempio di un bene protetto come il lago di Bracciano, offendendo le comunità che lo abitano. A sei anni dai fatti, al lago manca ancora circa un metro d’acqua per raggiungere il livello dello zero idrometrico corrispondente all’incile del fiume Arrone”. Inoltre, gli attivisti chiedono “al ministero dell’Ambiente – unico soggetto legittimato dalla normativa – di richiedere il risarcimento danni ambientali”. Cesidio Vano
