Erano 121mila nel 2012, oggi sono poco più di 108mila. In 10 anni, il Lazio ha perso oltre il 10% di artigiani. Le botteghe sono sempre meno e sempre più spesso sulle serrande compaiono i cartelli: “chiuso”.

In tutta Italia, nell’ultimo decennio, sono circa 300.000 le attività artigiane che hanno chiuso i battenti. I numeri li ha messi in fila la Cgia, associazione di categoria che raccoglie le piccole medie imprese. Nel Lazio, si sono persi 12.281 artigiani: nel 2012 erano 121.004 e nel 2022 sono risultati essere 108.723 (come detto -10,1%). Ciononostante, il Lazio è tra le tre Regioni che meno di tutte hanno subito il calo delle attività artigianali.
I lavori artigiani tradizionali più a rischio sono quelli di autoriparatori (verniciatori, battilamiera, meccanici, etc.); calzolai; corniciai; fabbri; falegnami; fotografi; impagliatori; lattonieri; lavasecco; materassai; orafi; orologiai; pellettieri; restauratori; ricamatrici; riparatori di elettrodomestici; sarti; stuccatori; tappezzieri; tipografi e vetrai.
Tra le province del Lazio è quella di Viterbo che risulta la più penalizzata, con una “mortalità” di botteghe artigiane che, nel decennio esaminato dall’ufficio studi della Cgia (2012-2022), ha raggiunto il 16%, passando da 10.716 a 9.005, con una differenza di 1.711 attività. Viterbo si colloca così al 53esimo posto nella classifica nazionale delle 103 province italiane per percentuale di attività artigianali perse.
Un po’ meglio va a Rieti dove la perdita di botteghe artigiane è del 14,5%: nel 2012 erano 5.108 e nel 2022 ne sono risultate 4.369 (-739), posto il classifica: 64.
Al 71esimo posto, c’è invece Frosinone: nel decennio 2012-2022 ha perso 1.700 attività artigianali, infatti nel 2012 erano 12.021, nel 2022 erano rimaste 10.320, per un calo percentuale del 14,2.
Meglio di Frosinone, fa Latina che all’89esimo posto vanta un calo dell’11,3% (praticamente in linea con la media regionale) e 1.409 artigiani in meno (erano 12.489 nel 2012 e 11.080 nel 2022).
Meglio di tutte le altre province, la Città metropolitana di Roma: 97esimo posto in classifica nazionale e un calo percentuale dell’8,3 a fronte dei 6.721 artigiani persi (erano 80.670 nel 2012 e ne sono risultati attivi 73.949 nel 2022).
Le regioni che hanno subito il maggior calo di attività artigianali sono quelle dell’Abruzzo (-22.1%), del Piemonte (-18,9%) e delle Marche (-18,6); quelle che più hanno retto la crisi, le regioni della Campania (7,4%), Trentino Alto Adige (-7,5%) e appunto il Lazio (-10,1%).
Le province più colpite dalla riduzione del numero degli artigiani sono state Rovigo (-2.187 pari a una variazione del -22,2 per cento), Massa Carrara (-1.840 pari a -23 per cento), Teramo (-2.989 pari a -24,7 per cento), Vercelli (-1.734 pari a -24,9 per cento) e Lucca (-4.945 pari a -25,4 per cento). Delle 103 province monitorate in questo ultimo decennio, solo Napoli ha registrato una variazione positiva (+58 pari al +0,2 per cento).
Tra le cause alla base della chiusura di tante attività ci sono, sicuramente, quelle legate al rincaro degli affitti, alle tasse, all’insufficiente ricambio generazionale, alla contrazione del volume d’affari provocato dalla storica concorrenza della grande distribuzione e, da qualche anno, anche dal commercio elettronico.
Per la Cgia, meno botteghe artigiane vuol dire anche meno sicurezza nelle città perché “queste micro attività conservano l’identità di una comunità e sono uno straordinario presidio in grado di rafforzare la coesione sociale di un territorio. Insomma, con meno botteghe e negozi di vicinato, diminuiscono i luoghi di socializzazione a dimensione d’uomo e tutto si ingrigisce, rendendo meno vivibili e più insicure le zone urbane che subiscono queste chiusure, penalizzando soprattutto gli anziani”.
Per contro, invece, i settori artigiani che stanno vivendo una fase di espansione importante sono quelli delle aree appartenenti al benessere e all’informatica. Nel primo, ad esempio, si continua a registrare un forte aumento degli acconciatori, degli estetisti, dei massaggiatori e dei tatuatori. Nel secondo, invece, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i video maker e gli esperti in social media. Purtroppo, l’aumento di queste attività è insufficiente a compensare il numero delle chiusure presenti nell’artigianato storico, con il risultato che la platea degli artigiani è in costante diminuzione.
Cesidio Vano