La notizia l’abbiamo già data: la corte d’appello di Roma ha ritenuto ammissibile la class action promossa contro Acea Ato 5, gestore idrico della provincia di Frosinone, per le modalità di fatturazione dei consumi, partite pregresse, tariffazione e assenza di contratti sottoscritti. Una vittoria portata a casa dal Comitato No Acea, guidato dal consigliere comunale di Cassino Renato De Sanctis, e da circa 300 utenti che avevano firmato la procura ai tre avvocati (Massimo Clemente, Patrizia Menanno e Annamaria Zarrelli) che hanno redatto l’azione di gruppo.
Ora tutti gli utenti possono aderire e chiedere rimborsi Una prima conseguenza è che, adesso, con l’ammissione della class action, tutti gli utenti del servizio idrico dell’Ato 5 potranno aderire alla causa contro Acea. La società, potenzialmente, può ritrovarsi con migliaia e migliaia di utenti costituiti in giudizio, che richiedono le somme eventualmente pagate in più; subendo, nel frattempo, l’ennesima campagna pubblica non proprio fortificante, per una società che nel giro di qualche anno è riuscita a perdere ogni appeal guadagnato sul territorio. Una seconda conseguenza, di portata catastrofica, è quella che potrebbe saltare l’intero sistema di calcolo dei consumi “pro die” utilizzato da tutte le società idriche d’Italia per fatturare agli utenti. L’accordo di pace rifiutato e i “muscoli” mostrati dal gestore Eppure, dopo la vittoria in primo grado, l’azienda avrebbe potuto disinnescare il ricorso dei consumatori, come le era stato chiesto e proposto, rinunciando ai circa 70.000 euro di rimborso spese legali (50.000 più oneri vari) a cui erano stati condannati Comitato e utenti aderenti. Acea Ato 5, però, si è mostrata inflessibile verso Comitato e cittadini, rifiutando ogni accordo pacificatore e pretendendo il pagamento sull’unghia delle somme stabilite dal Tribunale. Un atteggiamento dettato dalla fermezza di qualche dirigente romano spedito a Frosinone per mettere le cose a posto, mostrando i muscoli. E infatti. E’ finita che Comitato e cittadini hanno fatto reclamo e i magistrati di seconda istanza hanno accolto la class action, annullando quella condanna alle spese a carico degli utenti e, rovesciata la vicenda, condannando Acea al pagamento di 8.000 euro per l’appello; ordinando al tribunale di Roma di esaminare nel merito le doglianze. L’esame sarà fatto, ovviamente, da un collegio diverso rispetto a quello che aveva bocciato il ricorso e le cose si potrebbero anche mettere male per la multiutility controllata dal Comune di Roma. La questione “pro die” Tra le condotte censurate dagli utenti c’è l’applicazione del cosiddetto metodo “pro die” al computo dei consumi. Si tratta, semplificando molto, di una procedura prevista dal Cipe che dovrebbe consentire di ridurre su base giornaliera la valorizzazione dei metricubi d’acqua consumati nel periodo di tempo trascorso tra una fatturazione e la successiva. Teoricamente, questo sistema dovrebbe ricondurre a fine anno, con i dovuti conguagli, al medesimo risultato che si otterrebbe se si misurasse l’acqua erogata ogni 365 giorni esatti, potendo – in quest’ultimo caso – facilmente applicare le tariffe per fascia (agevolata, base, esubero, ecc.). In realtà con il metodo “pro die”, il gestore ci guadagna soprattutto se fattura in periodi di maggior consumo. Il metodo “pro die”, va detto, è quello utilizzato da tutte le società idriche d’Italia, per questo se venisse bocciato dal Tribunale sarebbe un’ecatombe. Acea si è sempre difesa dalle contestazioni al riguardo, sostenendo che “lo prevede la normativa”, “fanno tutti così” e “si è sempre fatto così”. La stessa posizione che il sistema idrico integrato ha avuto per anni, ad esempio, in merito alla tariffazione di fognatura e depurazione a carico di utenti non raggiunti da tali servizi. Anche lì “lo diceva la legge” e “tutti avevano sempre fatto così”: eppure, nel 2008 la Corte costituzionale, con la sentenza 335, ha detto che quella norma era una “castroneria” e che un servizio si paga solo se è effettivamente erogato, con tutti i gestori costretti a restituire milioni e milioni di euro agli utenti. Ecco, con la questione “pro die” potremmo trovarci davanti ad una nuova deflagrazione “335” per tutto il sistema di gestione idrica d’Italia. Se così sarà, si dovrà dire “grazie” al cipiglio dell’attuale governance di Acea Ato 5 e alla sua ostinazione a non voler ritrovare dialogo e pace con la Ciociaria che la ospita.
