Il Maestro sale in cattedra. Il dialogo con Claudio Di Pucchio supera di gran lunga i canoni di una semplice intervista. Un viaggio a 360° in un passato magico, esaltante, a tratti anche difficile, ma vissuto con una passione limpida e ineguagliabile.
Il calcio a Sora è parte integrante ancora oggi del tessuto sociale della città, ma fino al 2005 l’epoca del professionismo ha fissato uno spartiacque netto. Il Ferguson volsco ha diretto varie orchestre bianconere traghettando la nave verso lidi prestigiosi. Dalla Serie C2 nel 1992 alla C1 dopo due anni passando per una cadetteria solo sfiorata e la terza categoria nazionale riacciuffata grazie ad una cavalcata stupenda nel 2001.
Un personaggio mai banale che pesa le parole con invidiabile sagacia. La redazione di TG24.info ha ospitato ben volentieri l’ex giocatore di Lazio, Avellino, Alessandria, Chieti, Sambenedettese, Salernitana e ovviamente Sora.
Gli albori da mister negli anni settanta al timone di un Sora rivoluzionario
“Ho iniziato la mia carriera da allenatore nel Sora addirittura nel 1975. Dentro di me all’epoca portavo un bagaglio di esperienze che mi faceva pensare che tutto ciò che veniva svolto nel calcio era perfettibile e da cambiare. Portai subito una serie di mutamenti, a livello tattico e di preparazione fisica, che costituivano uno stravolgimento. Sto parlando nel complesso dell’interpretazione dell’attività sportiva. Quello è stato il periodo in cui mi sono maggiormente divertito. Il primo ciclo bianconero, dal ’75 all’81, è stato quello più formativo in cui ho potuto verificare la bontà delle mie idee. Il Sora giocava in Promozione e la massima aspirazione era di salire in quarta serie. Al terzo anno andammo in D. Nelle prime tre stagioni ci fu una rifondazione societaria. Dopo un anno infatti ci fu una levata di scudi della squadra contro la dirigenza con l’avvento di un periodo di autogestione. Da lì si materializzò un’operazione messa in atto dall’allora Sindaco Nicola Tersigni con la nomina a commissario straordinario del club del Professor Celso Costantini assistito da diversi imprenditori del luogo. In quel triennio facemmo ottime cose con la riconquista della quarta serie che all’epoca era a livello semi-professionistico. Fu difficile convincere i ragazzi a cambiare abitudini sul piano dell’allenamento. Quando iniziai ad inserire lavori lunghi sulla resistenza atletica, dedicando tempo anche alla tecnica individuale e collettiva, il gruppo fu stravolto in positivo. Uno dei più sorpresi fu Enzo Lombardozzi, che giungeva da rilevanti avventure con la Primavera della Lazio, il Brindisi e l’Ancona. Negli anni settanta portammo alla ribalta un modo di giocare rivoluzionario con pressing e tattica del fuorigioco costante. Senza dimenticare esercizi mirati tramite la divisione del campo per quadrati, tracciando per terra linee orizzontali e verticali. Prima invece dominava prettamente la marcatura a uomo. Nicola Tersigni mi diceva: “Io non so come giocate, però mi piace!”. Bellissimi ricordi”.
Dal Medioevo alla rinascita bianconera
“Ad un certo punto però Fiorini dovette mollare le redini. D’altronde, per amore del Sora, aveva fatto anche qualche operazione finanziaria avventata. Fummo costretti ad andar via per salvare il club. Il Presidente dell’Isernia mi voleva come garante dell’operazione di trasferimento in quella realtà. Il distacco dalla città volsca durò sei anni. Il calcio a Sora visse il suo Medioevo tra retrocessioni, ripescaggi e fallimenti. Nel momento in cui lo stesso Fiorini decise di riprendere in mano la società io gli consigliai di affiancarsi a Martellacci, personaggio vulcanico ex Presidente dell’Isola Liri, per mutare in meglio le peculiarità di un sodalizio come quello bianconero. Il nome cambiò da US Sora ad AS Sora. Io tornai ad una sola condizione: doveva nascere una dirigenza solida. Riuscì a convincermi Don Mario De Ciantis. Nei miei confronti in avvio c’era un clima non favorevole perché avevano dato al sottoscritto la colpa del disfacimento della precedente esperienza, quando in realtà io avevo sacrificato la mia stessa vita privata per salvare il salvabile. Rifondai la squadra prendendo calciatori di mia fiducia e fu una bella cavalcata fino al ritorno in quarta serie. Da lì impiegammo un paio di anni per conoscere un girone in cui si capiva benissimo che in Lega pensavano di essere ancora al Congresso di Vienna. Fummo inseriti in un gruppo composto da noi del Lazio con altre compagini abruzzesi, campane e lucane. Noi tra l’altro con la tattica esasperata del fuorigioco offrivano il fianco alle rabbiose reazioni del pubblico avversario. Nel 1988-1989 si formò l’ossatura della squadra che avrebbe raggiunto grandi risultati successivamente”.
Stagione 1991-1992: la svolta storica
“Nel 91-92 in tutta onestà non pensavamo di vincere quel campionato di Interregionale. Alla fine ci sarebbe stato lo spareggio con la vincente del girone che comprendeva compagini abruzzesi. In quella stagione fummo inseriti nel gruppo campano-siculo. Da sottolineare anche la squalifica del nostro campo fino a novembre. Nel mercato arrivò un leader carismatico che trascinò lo spogliatoio al successo come Marco D’Ambra. Il collettivo si cementò nonostante le difficoltà. Conquistammo un sacco di record a livello nazionale. Basti pensare al titolo di miglior difesa dei vari gironi e allo scettro di squadra con più vittorie in casa. La doppia sfida contro il Sulmona è storia ormai nota. Portammo a termine un primo campionato di C2 in modo abbastanza brillante. La rosa cominciò ad abituarsi alla categoria superiore e prometteva bene”.
Ad un passo dalla B
“Luiso paradossalmente incontrò tante difficoltà nel primo anno allo Sferracavallo, ma poi spiccò il volo con gol a grappoli. Nel frattempo, dopo la conquista del professionismo, sentivo la necessità di rafforzare lo staff tecnico. Fino a quel momento a curare la parte fisica eravamo solo io e Daniele D’Annibale. Scelsi allora di coinvolgere Granieri e decisi di portare a Sora il direttore sportivo Frasca. Nel 1994 portammo a compimento un gran bel torneo, in lotta sempre con Trapani e Turris in testa alla classifica, culminato con il secondo posto insieme ai campani. Andammo a Perugia per lo spareggio decisivo, vinto ai rigori con l’ultima rete di Luiso. Nell’estate preparatoria alla stagione in realtà Pasquale doveva andare al Lecce, ma l’affare non giunse a dama e lui rimase da noi con i risultati che sappiamo”.
Il nuovo che avanza
“A quel punto decidemmo di cambiare molto. Durante l’anno precedente il mercoledì pomeriggio andavo a vedere le gare del campionato Primavera, con particolare attenzione per i gironi meridionali e centrali. per osservare i giovani più talentuosi. Arrivarono a Sora tanti ragazzi: uno fra tutti Marcolini. La società, con l’ingesso del Cavalier Annunziata, era solida e formata da figure di spessore. Al primo giro in C1 arrivammo sesti ad un passo dai playoff. La stagione seguente fu ancora migliore. La famosa partita di Castel di Sangro fu l’apice di una serie di atteggiamenti opinabili da parte della stampa nazionale da un lato e della classe arbitrale dall’altra. La differenza essenziale? Il Castel di Sangro aveva come Presidente Gravina perfettamente inserito nella stanza dei bottoni. Nel 1995-1996 il Sora ebbe la squadra migliore della sua storia. Ricordo con amarezza l’atteggiamento degli arbitri verso di noi. In certi casi venivamo etichettati dai vertici AIA come squadra cattiva e scorretta alla vigilia di alcune partite. Spesso uscivamo dai campi avversari ricevendo i complimenti delle squadre rivali”.
Dedicata a… Domenico Costantini
“All’inizio di settembre di quest’anno Domenico mi disse che attendeva la fine del mese per poter fare un nuovo ciclo di chemioterapia ed era fiducioso, purtroppo però non ci è arrivato. Questo fatto mi ha rattristato moltissimo (si commuove, ndr). Di questi ragazzi nel tempo ho conosciuto le gioie e i dolori della vita. Domenico resterà sempre nel mio cuore, così come Giustini o Antonio Di Stefano. Il dispiacere per la loro perdita è immenso”.
Dall’inferno sfiorato di Tempio al giubilo di Catanzaro
“Nel 1999-2000 in C2, al mio ritorno al timone bianconero, trovai un contesto da rigenerare in tutto e per tutto. Quella senza dubbio fu la stagione più sofferta. Trovai uno spogliatoio di 28 persone, tra cui alcuni pugliesi, altri romani e altri giocatori ancora cresciuti con me. Nell’ultima partita a Tempio finimmo per un attimo all’inferno rischiando seriamente la retrocessione in D. L’anno successivo io e il direttore facemmo un autentico capolavoro. Andammo a Milano per le trattative di mercato e avevamo l’unico compito, da parte di Annunziata, di compiere esclusivamente le cessioni. Feci allora un programma di pianificazione in cui confermai sette giocatori rispetto alla stagione passata. Riuscimmo a prendere calciatori solo in prestito. Dal patron del Palermo Benvenuto riuscimmo a strappare la seconda metà di Erbini e il centrocampista Mortari. Prendemmo anche Semplice dal Vicenza convincendo il direttore sportivo biancorosso che lo aveva prelevato dalla Lodigiani. Al ritorno a Sora Annunziata era allo scuro di queste operazioni. Fiorini spiegò al patron i movimenti posti in essere a Milano. Il Cavaliere in principio ci guardò male, dopo si fece una risata e diede il suo consenso. La critica ci dava per spacciati nel girone del Sud contro grandi piazze come Catanzaro, Foggia, Campobasso e non solo. Quella squadra invece si rivelò la migliore in assoluto sul piano della volontà, della determinazione e della concentrazione. Se le medesime peculiarità fossero state espresse sempre dal team del 1996, saremmo andati in B senza passare per gli spareggi. Da Terra a Cavola passando per Roca, Ferretti, Campanile, Battisti, Di Pietro e tutti gli altri. Quella era una rosa costruita appositamente per arrivare quinta e andare ai playoff. Quando vincemmo a Gela ci fu una grande festa perché sapevamo che con quel successo avevamo distaccato definitivamente la sesta in classifica. L’entusiasmo ci portò in alto fino alla fine del campionato”.
Al cuor non si comanda
“Ora vi confido un fatto realmente accaduto. Prima di una delle gare di spareggio fui contattato da un personaggio vicino ad una società che mi mise davanti il contratto in bianco, per andare appunto in quella società, a patto però che perdessi la sfida playoff. Io ho iniziato a frequentare lo Sferracavallo da bambino, quindi non avrei mai potuto compiere un gesto del genere. Il calcio in epoche ormai passate veniva vissuto con sana e genuina passione dai tifosi soprattutto. In sostanza nel tempo è cambiata l’atmosfera intorno al gioco del calcio”.
Il Sora di oggi
“Ciò che sta facendo il Sora ora in Eccellenza è qualcosa di importante. Merito quindi a mister Ciardi e alla sua squadra. Ognuno di noi deve molto al Presidente Palma, perché senza di lui qui difficilmente si sarebbe fatto calcio a certi livelli. L’avvocato merita ogni soddisfazione certamente, ma bisogna capire che in ottica futura è indispensabile gettare le basi per una vera società calcistica con l’inserimento anche di nuove forze imprenditoriali. Occorre costruire una solida programmazione a medio-lungo termine”.
Alessandro Iacobelli