Perseguitata dall’ex: “Quando finirà questo incubo?”

Irene Mizzoni
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Questa è la storia di una giovane donna, coraggiosa, che sta combattendo una battaglia difficile.

La vicenda, in particolare, è quella che emerge dopo un amore finito. Nulla di strano se non fosse che lui, l’ex compagno, a quanto pare non accetta la fine di quella relazione. Una relazione complicata praticamente da sempre, con lui che alzava le mani. Lo ha fatto più volte su di lei, anche per futili motivi. Per questo ad un certo punto lei si fa forza e decide di dire basta. “Molte volte mi picchiava e poi andava via”, racconta parlando di quando stavano insieme. “Non voleva che parlassi con la mia famiglia”, aggiunge la donna che ora sta combattendo una battaglia legale. “Io per molto tempo non ho detto nulla ma poi per mia figlia e con il supporto della mia famiglia, ho deciso di denunciare”. Vivendo nello stesso posto, un piccolo comune del frusinate, la donna racconta che sono stati e sono tuttora diversi gli episodi che le hanno fatto capire di non poter essere al sicuro. Qualche tempo fa, per questa vicenda, lui è stato arrestato, è rimasto ai domiciliari per diversi mesi. “Qualcosa allora ha fatto, giusto?”, chiede lei, raccontando la vicenda. Poi aggiunge: “C’è anche una sentenza che stabilisce un mantenimento per nostra figlia, 500 euro mensili oltre al 90% delle spese ma lui si è fatto pignorare il conto e l’auto, si è fatto licenziare. Ha preferito non trovare un accordo, pur di non pagare il mantenimento per la figlia. Quei soldi, che non arrivano, sono per sua figlia, capite?”. Su un fronte si combatte per le vie legali. Su un altro, quello del quotidiano, lui continua a mostrarsi aggressivo e lei non può fare altro che tentare di evitarlo. Ma non è semplice. Come non è semplice evitare che la figlia non soffra di fronte a situazioni di tensione che purtroppo si sono già verificate. “Lei comprende tutto” spiega la madre. Di recente il tribunale si è pronunciato con una sentenza di primo grado: lui, assolto. Un fulmine a ciel sereno per la donna e per la sua famiglia che continuano a vivere un quotidiano che definiscono difficile. “Lui continua”, racconta la donna, “spesso sono costretta non uscire di casa, se non strettamente necessario; al lavoro mi accompagnano”. “Noi – aggiunge la donna – siamo una famiglia tranquilla, persone oneste, non abbiamo mai alzato la voce o utilizzato parole fuori posto. Quindi per noi non è semplice”. Lo stato d’animo è immaginabile solo in parte, perché, sottolinea la donna “lui è sprezzante di tutto”. Messaggi, piazzate in pubblico con offese a lei e alla sua famiglia: la donna racconta tanti episodi. “Si parla tanto di violenza sulle donne – dice ad un certo punto – Solo qualche giorno fa la ricorrenza del 25 novembre e poi, nel concreto? Ma cosa deve accedere prima che la legge si compia veramente? Devo morire?”. Questo racconto lei lo fa a noi, a pochi giorni da una sentenza di primo grado che ha stabilito una assoluzione per lui. C’è amarezza e incredulità. In generale, tra la verità sostanziale e la verità formale può esserci un divario, è un fatto noto. Del resto, va detto, il percorso legale che la donna ha intrapreso non è concluso. Nel frattempo però ci sono le persone, i sentimenti, il quotidiano. E’ vero, giustissimo: la legge si rispetta e il concetto vale per tutti, nessuno escluso. I legali della donna ora sono in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza che, va ricordato, è solo di primo grado. Lei però nel frattempo, continua a domandarsi ancora per quanto dovrà subire. Chiede soltanto un pizzico di normalità. Come darle torto? Ire.Miz. (foto: repertorio)
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