Frosinone – Giornata Mondiale dell’Ictus: i progetti dell’Asl, intervista alla neurologa Santalucia

Alessandro Andrelli
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Oggi, 29 ottobre, è la Giornata mondiale dell’ictus (World Stroke Day).

La campagna, quest’anno, è incentrata sull’importanza della tempestività del riconoscimento e trattamento dell’ictus, e lo slogan #tempoprezioso è più che mai indicativo. Approfondiamo i temi della patologia, oggi prima causa assoluta di disabilità, ed un terzo delle persone colpite che sopravvive con un grado variabile di invalidità residua, con il Presidente Eletto ISA-AII (Associazione Italiana Ictus) Dott.ssa Paola Santalucia, neurologa e dirigente medico della Asl. Proprio giovedì l’ISA-AII ha lanciato in conferenza stampa, in collaborazione con A.LI.Ce (Associazione per la lotta all’Ictus Cerebrale), il secondo appuntamento della campagna Strike on Stroke. Dott.ssa Santalucia, quali sono i segni che una persona deve tenere presente per riconoscere l’ictus? Possiamo essere in presenza di ictus quando c’è anche uno solo di questi segni: bocca storta, pesantezza ad un arto, difficoltà a parlare, sono i segni dell’acronimo FAST: Face (faccia), Arm (braccia), Speech (linguaggio), Time (tempo). In presenza anche solo di un segno non si deve perdere tempo, occorre immediatamente chiamare i soccorsi (112 o 118). La tempestività del trattamento è fondamentale, in un solo minuto vengono perduti irreversibilmente 2 milioni di neuroni, ciò che rappresenta il correlato di una funzione specifica. In un’ora si perdono circa 3 anni e mezzo di vita del paziente, e complessivamente per un ictus non trattato ben 37 anni di vita. Si può curare l’ictus? Qual è il trattamento? Si, è possibile curare l’ictus attraverso i trattamenti specifici che sono la trombolisi da eseguire al massimo entro 4 ore e mezza dall’esordio dei sintomi e la trombectomia meccanica al massimo entro 6 ore dall’esordio dei sintomi e in casi iperselezionati è indicata una estensione della finestra terapeutica. In qualche caso gli interventi sono combinati, entrambi sono sensibili al trascorrere del tempo, dunque prima vengono eseguiti e più opportunità ci sono per recuperare la funzione perduta e ridurre la disabilità e in alcuni casi anche la morte. Com’è composta la rete in Italia? È distribuita su tutto il territorio e prevede centri di primo livello (spoke), dove si esegue la terapia trombolitica, e di secondo livello (hub), nei quali è presente la neuroradiologia interventistica e dunque il trattamento di rivascolarizzazione meccanica endovascolare, vale a dire la trombectomia meccanica. Se il paziente arriva in un centro spoke, viene sottoposto al trattamento trombo litico endovenoso e può essere trasferito, sulla base dell’indicazione clinica e della selezione basata sulle neuroimmagini, in un centro hub per essere sottoposto a trattamento endovascolare, per poi tornare nelle UTN (Unità di Terapia Neurovascolare) degli ospedali territoriali.
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