Riportando la circostanza avvenuta nella notte del recente venerdì, TG24.info ha da subito ricondotto il gesto ad un atto vandalico, nelle immagini fotografiche la redazione ha volutamente coperto le scritte con cui si erano imbrattate la facciata laterale della chiesa di San Michele Arcangelo lato piazza Caio Mario, l’ingresso principale del palazzo comunale su Corso Tulliano ed il fianco del portone di accesso al municipio su via Aquila Romana nonché una parete di un’abitazione ove risiedono alcuni rifugiati politici presso il quartiere Ponte, al fine di scongiurare tendenziose strumentalizzazioni.
Un gesto che certamente va condannato: il responsabile, un 40enne residente ad Arpino, già noto alle forze dell’ordine, è stato denunciato per danneggiamento aggravato e minacce, sequestrata anche l’auto con cui l’uomo si è spostato dal centro della cittadina verso la zona periferica di Arpino, in località Scaffa, dove il 40enne ha infierito su una proprietà privata sita sull’ex SS82, anche qui con scritte e frantumando i vetri dell’ingresso e della vetrina del locale.
Un gesto a cui sono seguiti inopportuni post pubblicati sui social che hanno attribuito alla circostanza una connotazione politica, fomentando la massa ed alimentando commenti del tutto fuori luogo. È evidente che non si tratti di «scritte a chiaro sfondo razziale e politico».
È inconfutabile che la comunità arpinate, negli anni, si sia contraddistinta per l’ospitalità. L’intera Italia continua a contraddistinguersi in tal senso: chi strumentalizza riempiendosi la bocca di parole quali accoglienza, tolleranza, inclusione, lo fa per una mera propaganda politica, come già scritto forviando e fomentando la massa.
C’è invece da considerare che l’Italia accoglie ma non riesce ad integrare: le Istituzioni dovrebbe piuttosto porre l’attenzione su che fine facciano i richiedenti asilo quando escono dalle “case di accoglienza”, la maggior parte assoggettati allo sfruttamento, allo spaccio, alla prostituzione, al CAPORALATO, assorbiti dalla criminalità.
Qualcun’altro lo ha definito «un gesto di grande inciviltà»: piuttosto sarebbe da chiedersi cosa lo abbia scatenato, se il fragile 40enne sia stato istigato, indottrinato, manipolato.
Ci auguriamo che detti post siano stati pubblicati senza avere cognizione di chi fosse l’autore degli atti vandalici perpetrati venerdì notte, sarebbe ancor più grave il contrario. Perché è facile strumentalizzare quando si parla di razzismo, di extracomunitari, di accoglienza. Si è corsi a voler salvare l’immagine della Città di Arpino ma non era necessario, assolutamente fuori contesto. Si è faziosamente spettacolarizzato un gesto fuorviando la realtà: la cosa più triste di tale circostanza è che il disagio del “colpevole”, il disagio unico vero responsabile di questo atto vandalico, non sia stato affatto considerato. Ed è un grave fallimento sociale, ancor più grave del gesto stesso.
Il 40enne “colpevole” di certo non è un ideologo, un estremista, forse neanche seguace di qualsivoglia credo politico. Il 40enne “colpevole” è un uomo che vive una situazione di disperazione, di abbandono, degrado sociale ed economico, noto alle forze dell’ordine ma ancor prima ai Servizi Sociali del Comune di Arpino. Piuttosto che pubblicare post su facebook, chi ha un ruolo in amministrazione avrebbe dovuto sincerarsi, interessarsi alle problematiche di questo emarginato ed alle difficoltà che la sua famiglia è costretta ad affrontare tutti i giorni, anche se fosse semplicemente per onorare quei bei valori postati sui social. Il 40enne “colpevole” non merita di essere incluso nella comunità?
Puntuale la “condanna” del sindaco Renato Rea rispetto all’infelice divulgazione «Poiché le parole e gli slogan possono pesare come macigni su persone facilmente influenzabili e possono fare danni incalcolabili, prima di pronunciarle bisognerebbe pensarci due volte, soprattutto se si riveste un ruolo istituzionale». Rea prosegue per chiarire «Si tratta di gesti incivili che però non intaccano la proverbiale ospitalità degli Arpinati, sempre manifestata anche in occasioni pubbliche». Si metta un freno ai molti commenti sui social di gente che continua a stigmatizzare l’accaduto per la connotazione che gli è stata inopportunamente attribuita.
Certe esternazioni, che sicuramente mancano di sensibilità umana, offendono anche chi “lavora” alacremente per attenuare il disagio di tante persone, compreso il 40enne in questione. Un doveroso ringraziamento a don Antonio Di Lorenzo che, notte e giorno, è al fianco di tutti coloro che hanno bisogno, non solo materialmente. L’impegno costante del Don che non lascia da solo nessuno, cercando di non far mai mancare la sua presenza, il suo sostegno, la sua comprensione.
Ci sarebbero tante altre cose da raccontare: chi ha voltato le spalle al 40enne ed alla sua famiglia si passi una mano sulla coscienza, chi ha sfruttato le fragilità di questa persona e della sua famiglia si ravveda, chi ha approfittato della precarietà di un giovane mai incluso e della sua famiglia dia adesso il suo contributo.
Sara Pacitto
