(di Irene Annarelli) Nel calcio esistono vittorie e sconfitte: il risultato è una variabile che non si può calcolare, ecco perché diventa fondamentale, per chi scende in campo, imparare a gestire e controllare la propria prestazione. Il calcio è un gioco di relazioni che si fonda sulla connessione degli interpreti, sull’empatia che si crea tra i giocatori in campo: io aiuto te, tu aiuti me e insieme possiamo raggiungere l’obiettivo.
L’Europeo della nazionale di calcio femminile italiana è finito alla fase a gironi ma la sconfitta non è da attribuire solo a coloro che erano davvero in campo e che ci stavano rappresentando: abbiamo perso tutti, perché il movimento del calcio femminile sta facendo passi avanti ma non è ancora abbastanza. Servono competenze, strutture, fiducia e serietà. Serve smetterla di fare i leoni da tastiera e offendere i sogni di tutte quelle ragazze che praticano questo sport e serve, soprattutto, un progetto che punti davvero sul calcio femminile. Serve una rivoluzione, un rinnovamento culturale e tanto coraggio. Perché la situazione del calcio sia maschile sia femminile, in Italia, non è attualmente in un buon posto. Nel caso specifico, le azzurre allenate da Milena Bertolini, hanno avuto modo di mettersi in mostra in questo Europeo nella fase a gironi e le cose non sono andare come previsto. C’era una volta la Nazionale di calcio femminile italiana, quella in cui giocavano Antonella Carta e Carolina Morace, quella degli anni ’80-’90, che non veniva presa troppo sul serio nonostante gli ottimi risultati raggiunti. C’era una volta la Nazionale di calcio femminile che ai Mondiali di Francia, nel 2019, chiudeva ai quarti di finale, uscendo contro l’Olanda e suscitando parole di apprezzamento e meraviglia. Era una Nazionale libera da aspettative, che ha saputo incantare tutti con la forza del gruppo, con idee di gioco chiare e con calciatici che sono riuscite a mettersi in evidenza. Dal 2019 ad oggi, sono successe tante cose: riflettori accesi su questo movimento, la Juventus femminile che in Champions League raggiunge traguardi importanti, aggiungendo tasselli su tasselli e, infine, il 1° luglio è entrato in vigore il professionismo, un punto di partenza e non di certo un punto di arrivo. Le aspettative su questo Europeo erano alte: si doveva puntare ad arrivare almeno ai quarti di finale ma il calcio è un gioco strano e le cose non sono andate bene. Con la Francia, le azzurre hanno perso 5 a 1: le francesi ci hanno annientato nel primo tempo, troppo veloci le loro esterne, play lasciato libero di impostare e gli inserimenti delle due mezzali che causavano problemi di marcatura. Oltre all’evidente divario tecnico e nonostante le azzurre abbiano trovato più coraggio e voglia di far bene nel secondo tempo, è balzato subito agli occhi la differenza tecnico-tattica tra le due squadre: siamo scese in campo con poca umiltà, con la presunzione di poter affrontare a viso aperto una Francia che ha giocatrici formidabili. Un errore che può starci ed un coraggio che non è stato ripagato. Con l’Islanda, abbiamo trovato un pareggio amaro, dopo aver preso una rete dopo pochi minuti di gioco. Quando si giocano partite di questo calibro e in un torneo così importante, serve la giusta mentalità e non si può andare sotto dopo soli 3’ di gioco. Gara che le azzurre hanno tentato di riprendere in tutti i modi, per una squadra che è sembrata troppo timorosa e che ha sprecato tanto, non riuscendo mai a trovare delle buone conclusioni a rete, nonostante l’ottima prova di numerose azzurre in campo. Ma siamo italiani, ci piacciono le cose complicate ed ecco che le nostre speranze sono state affidate alla partita contro il Belgio: bisognava vincere e convincere. È stata invece forse la più brutta partita delle azzurre in questo breve Europeo: squadra senza idee in campo, difesa traballante, centrocampo lento e un attacco insistente per gran parte della partita. Azzurre che sono apparse stanche, poco lucide e non in grado di creare connessioni in campo: Girelli si abbassava per chiedere palla sui piedi e puntualmente veniva servita con un pallone in profondità; la superiorità numerica che avevamo a centrocampo, data dalla scelta di far pressare i due difensori del Belgio dalla sola Girelli, veniva annullata perché a rotazione uno dei due difensori portava palla, salendo fino a centrocampo e impostando il gioco. La nostra superiorità tecnica è stata annullata dal troppo spazio che abbiamo lasciato alle avversarie che, complice una struttura fisica superiore alla nostra, hanno avuto troppa libertà di manovra. Dovevamo vincere e invece abbiamo giocato con ansia, paura e poco coraggio, considerando il nostro atteggiamento difensivo e la sola Girelli come attaccante, con Bonansea che ha dovuto spesso ripiegare in difesa a causa di errori di marcatura. Abbiamo giocato male e siamo state lo spettro di quella nazionale del 2019: dopo 40 giorni di preparazione siamo arrivati a questo Europeo stanche, poco determinate e poco preparate. Nel calcio si vince e si perde e i progetti che guardano al futuro richiedono tempo e sacrifici: questa volta non è andata, dobbiamo ora guadagnarci l’accesso al Mondiale 2023 in Australia e Nuova Zelanda, rinnovare la squadra e dare nuova linfa ad una nazionale che deve continuare nella sua crescita, guardando avanti e copiando dalle migliori. Irene Annarelli
