Individuata in un laboratorio londinese dal virologo Tom Peacock, del Department of Infectious Disease all’Imperial College, nominata con la sigla BA.2.75, è la nuova sottovariante del Covid che preoccupa il panorama medico/ scientifico di tutto il mondo per la velocità con cui si diffonde il contagio.
Il maggior numero dei casi è stato registrato in India ma la sottovariante è arrivata anche in Australia, Canada, Germania, Regno Unito e Nuova Zelanda. BA.2.75 possiede 45 mutazioni della struttura della proteina Spike in comune con Omicron, 11 rispetto al più recente Omicron5; dai primi studi sembrerebbe abbia una maggiore capacità di infettare, anche tra le persone vaccinate o già guarite: ciò favorirebbe una circolazione incontrollata del virus, che potrebbe replicarsi in ulteriori varianti, e questo preoccupa gli scienziati. I dati delle prossime settimane saranno fondamentali per confermare o sconfessare le prime conclusioni. Eric Topol, scienziato americano direttore dello Scripps Research Translational Institute di La Jolla, in California, afferma che «Le mutazioni osservate su BA.2.75 potrebbero rendere la fuga immunitaria peggiore di quella che stiamo vivendo ora». Dall’Italia il virologo Mauro Pistello, direttore dell’Unità di Virologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Pisa e vicepresidente della Società Italiana di Microbiologia, considera che «Questa nuova sottovariante ha argomenti che meritano attenzione e mutazioni che potrebbe erodere la capacità protettiva dei vaccini». In conclusione, il virus del Covid non è meno patogeno, lo si riscontra in questi giorni negli ospedali che vedono tornare pazienti con le polmoniti. La tendenza del SARS-CoV-2 è di aumenare la propria efficacia nel diffondersi, ma ciò non necessariamente corrisponde ad un incremento di patologie più gravi. Così Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare “Luigi Luca Cavalli Sforza” Consiglio Nazionale delle Ricerche IGM CNR Pavia «Quello che vediamo nell’evoluzione del SARS-CoV-2 è che tutte le varianti che si stanno selezionando sembrano seguire la stessa linea evolutiva: ottimizzare l’interazione con il recettore da un lato e minimizzare quello con gli anticorpi dall’altro. Ma dal punto di vista clinico le cose sono diverse: non sembra che questa aumentata capacità si accompagni ad una malattia più acuta. Tutto ciò ha una spiegazione di fondo: la grande differenza la fa chi è vaccinato e con quante dosi». Sara Pacitto
