La vittoria del coraggio – Il ricordo della strage di Capaci passa attraverso il calcio femminile

Alessandro Andrelli
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(di Irene Annarelli) Domenica 22 maggio, a Ferrara, è andata in scena la finale di Coppa Italia Femminile, che ha visto contrapporsi Juventus e Roma. Una partita frizzante, con buoni spunti di gioco, con le giallorosse che passano meritatamente in vantaggio nel primo tempo grazie ad un rigore realizzato da Andressa.

Ma nel calcio, come nella vita, basta poco per cambiare rotta e un rigore di Girelli prima e una deviazione decisiva su un tiro di capitan Gama dopo, tutto nel giro di 15’, portano la coppa tra le fila bianconere che, a fine partita, alzano al cielo il trofeo. Protagoniste della giornata però, non sono state solo le giocatrici che si sono sfidate in campo ma anche l’iniziativa intrapresa dalla Divisione Calcio Femminile, dedicata a Giovanni Falcone e alle vittime della mafia, in occasione dei 30 anni dalla strage di Capaci. #LaVittoriaDelCoraggio: uno slogan semplice ma che accostato al nome di Giovanni Falcone, diventa un inno alla vita, al modo in cui andrebbe vissuta. Continuare a ricordare è l’unico modo per non dimenticare e alimentare la memoria utilizzando lo sport significa scendere in campo, porre sotto i riflettori eventi che meritano di essere narrati, compresi, discussi: è l’unico modo per continuare a vincere una battaglia che, in questo caso, ha tolto la vita, durante un attentato mafioso il 23 maggio del 1992 a Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Per aiutare i più giovani ad entrare in contatto con questa pagina dolorosa della recente storia italiana, è stato istituto un progetto social sulla pagina instagram ufficiale della FIGC femminile: 3 post di approfondimento sulle figure di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Letizia Battaglia. Il rapporto che legava Giovanni Falcone allo sport è sempre stato molto forte, un legame che il magistrato italiano aveva cercato di far durare a lungo, fermato solo dalla mafia che tentava in tutti i modi di ucciderlo, costringendolo a passare di bunker in bunker, sempre accerchiato da una scorta. Il calcio e il canottaggio su tutti, sono stati gli sport che più hanno contribuito alla crescita di Falcone: oltre alla tempra fisica, gli hanno insegnato a dedicarsi ad un fine da conseguire a qualsiasi costo, filosofia che adotterà anche nella sua lotta contro la mafia. Il coraggio di andare avanti nonostante tutto: molto spesso gli atleti hanno paura di vincere, paura della sconfitta, paura di sbagliare. Falcone ci insegna che i risultati negativi servono per andare avanti, per migliorarsi, per non dare colpa a fattori esterni: dipende da noi, da quanto siamo disposti a mettere in gioco. Il secondo post è dedicato a Francesca Morvillo che, prima di essere la moglie di Falcone, è stata l’unica magistrata italiana vittima della mafia. C’è stato un tempo in cui le donne non potevano diventare magistrato: la Morvillo ha aperto la strada, insieme ad altre 7 colleghe, iniziando a scrivere una storia che è ancora in corso e ha dato la possibilità a tantissime giovani donne di sognare un futuro diverso, fatto di possibilità reali e cambiamento. L’ultimo approfondimento è dedicato a Letizia Battaglia, fotoreporter scomparsa qualche mese fa e ci porta in primo piano la foto simbolo di una Palermo inedita, in cui l’innocenza è ancora viva negli occhi di una bambina appoggiata ad un vecchio portone, con lo sguardo fiero, che stringe tra le mani un pallone. Ci sono tanti modi di combattere: c’è chi lo fa con le parole, denunciando e chi lo fa senza dire nulla, scegliendo di far parlare la realtà. Ecco cosa ha fatto Letizia Battaglia: attraverso gli occhi dei bambini, infanzie rubate, madri che urlano per il dolore, di crimini subiti e sangue nelle strade, ci racconta una Palermo cruda, reale, scomoda. Organizza mostre sulla mafia, sostenendo di non essere una persona impavida e di avere paura: nonostante ciò però, mostrare quelle foto era un dovere a cui non poteva e non voleva sottrarsi. Coraggio. Tutto torna al coraggio. La storia che lega lo sport e Falcone inizia nel lontano 1952, quartiere Kalsa a Palermo, nell’oratorio dei Carmelitani Scalzi in cui era presente un campetto di cemento, lì dove incontrò Borsellino e imparò a rialzarsi anche se con le ginocchia ammaccate. Inizia lì e continua ancora oggi. Irene Annarelli
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