Arpino – Con la Pasqua nei cuori, il paese ritrova “la normalità” delle tradizioni

Sara Pacitto
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Il culto religioso e le tradizioni popolari da sempre rappresentano un sodalizio che avvicinano intere comunità.

Dopo due anni di pandemia, in occasione del weekend Santo, le rappresentazioni simboliche e più suggestive del credo cristiano sono state onorate come di consueto: giovedì gli altari della reposizione nelle chiese arpinati erano allestiti per la visita dei fedeli ai “sepolcri”; la processione del Cristo Morto, nella serata di venerdì, è tornata a percorrere le vie del centro storico; sabato la solenne veglia Pasquale ha preceduto la celebrazione della Resurrezione, con la benedizione del fuoco e dell’acqua; nella mattinata odierna, la messa di Pasqua. Ogni appuntamento è stato rispettato, con particolare partecipazione, in osservanza delle misure antiCovid previste: la tradizione religiosa che si incarna nel tessuto sociale e culturale della popolazione devota e non. Momenti di preghiera, raccoglimento, riflessione: non poteva mancare il pensiero al Covid ed alla guerra in Ucraina, alle vittime del virus e dell’uomo. Così don Antonio Di Lorenzo, parroco di Arpino «Abbiamo modi diversi di reagire al lutto ed agli altri eventi misteriosi della vita. Nonostante le diversità, è necessario collaborare, aiutarci a vicenda, rispettarci, ricostruire insieme e dare un orientamento nuovo. Non dobbiamo rassegnarci. Negli ultimi due anni, alle sfide epocali che stavamo già affrontando si sono aggiunte le due grandi tragedie della pandemia e della guerra, che stanno addirittura mettendo a serio rischio l’esistenza dell’umanità e quella dell’intero pianeta. Siamo passati da scene di paura ad altre scene di paura, da scene di morte ad altre scene di morte, da una situazione economico-lavorativa incerta ad una situazione disastrosa dall’esito completamente imprevedibile. Improvvisamente la nostra vita è radicalmente cambiata; Stati travolti da un mare di guai e tutto è diventato così difficile ed insostenibile da sentirci esausti, logorati, increduli, sfiduciati. Come un incubo senza fine! C’è il rischio che la speranza ceda al fatalismo, che in questa situazione si insinui nel nostro cuore la segreta convinzione che alcune cose debbano andare necessariamente in un certo modo e che non ci si possa fare nulla. Eppure, il mattino di Pasqua, è un successo un evento grandioso, senza precedenti nella storia dell’umanità, che ha interrotto questo meccanismo diabolico, secondo il quale dinanzi all’irrimediabilità di certi eventi non ci sia altro da fare che sentirsi impotenti e rassegnati. Non basta celebrare solennemente la Pasqua: abbiamo bisogno di rimodellare la nostra vita, di ritrovanre la forza per rialzarsi, rimettersi in cammino e cercare in qualche modo di venir fuori dal senso di vuoto e dalla paura di un futuro senza speranza. Non è questo il tempo degli egoismi, delle discordie, delle divisioni, delle barriere, dell’incomunicabilità. Non è questo il tempo degli irrigidimenti, delle chiusure, delle lamentele, della disperazione. Non è questo il tempo dell’indifferenza, della spensieratezza, della vita gaudente, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone. Celebrare la Pasqua significa, dunque, prima di tutto prenderci per mano e rimetterci insieme, sederci intorno a un tavolo e ritrovare la via della fraternità, rispettare i tempi degli altri e avere la pazienza di attenderli, credere che un giorno o l’altro anche loro arriveranno. Celebrare la Pasqua significa, poi, credere sempre che le cose possano cambiare e adoperarci perché questo avvenga senza attendere soluzioni dall’alto; avere spirito di iniziativa, impegnarsi, sentire il senso di responsabilità, fare qualcosa, anche se ci sentiamo vecchi dentro, stanchi di lottare, tristi, vuoti, inutili, schiacciati dal senso del fallimento e dalla paura di non farcela». Sara Pacitto
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