«Le restrizioni mediche non necessarie non riducono il numero delle interruzioni volontarie della gravidanza ma aumentano i rischi per la mamma», è quanto considerato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha fatto appello ai governi affinché facilitino il più possibile l’accesso delle donne, per l’appunto, all’interruzione volontaria della gravidanza.
«Raccomandiamo che le donne e le ragazze possano accedere ai servizi di aborto e di pianificazione familiare quando ne hanno bisogno», continua l’OMS, citando la criminalizzazione, i tempi di attesa obbligatori, l’imposizione del consenso di altre persone, il divieto d’aborto oltre un certo stadio della gravidanza. «A questo tipo di restrizioni non si accompagna un calo del numero di aborti ma, al contrario, le stesse spingeranno soprattutto le ragazze a ricorrere ad interventi rischiosi, che mettono in pericolo la salute della madre». In questi anni di Covid la problematica si è maggiormente accusata, anche in Italia: l’attenzione primaria del governo rivolta alla pandemia ha causato l’interruzione di servizi essenziali, anche nel caso dell’aborto, impedendo ad alcune donne di accedervi nei tempi previsti dalla legge. Il Covid ha evidenziato il labirintico sistema italiano. Alcune strutture sanitarie hanno addirittura sospeso i servizi per l’aborto o riassegnato il personale ginecologico ai reparti dedicati al Covid. Il governo italiano non ha considerato l’aborto un servizio sanitario essenziale durante la pandemia. Diversamente da altri governi europei, le autorità italiane non hanno adottato misure per facilitare l’accesso all’aborto farmacologico, un modo sicuro ed efficace per interrompere una gravidanza usando medicinali anziché metodi chirurgici più invasivi. Ricordiamo che in Italia l’aborto chirurgico è legale durante i primi novanta giorni di gravidanza per ragioni di salute, economiche, sociali o personali, può effettuarsi in day hospital o in ambulatorio. Mentre l’aborto farmacologico è legale solo fino alla settima settimana di gravidanza, quando alcune donne potrebbero ancora non sapere di essere incinte, e le linee guida nazionali richiedono che i farmaci siano somministrati nel corso di un ricovero di tre giorni. Solo 5 regioni su 20 permettono l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale. Sara Pacitto
