(di Anna Ammanniti) In vista della Giornata internazionale dell’8 marzo, l’Inail ha pubblicato il nuovo Dossier donne 2022, nel quale viene analizzato l’andamento al femminile di infortuni sul lavoro e malattie professionali.
L’analisi è stata effettuata confrontando i dati mensili provvisori del 2020 e 2021, rilevati al 31 dicembre di ciascun anno, e quelli consolidati del quinquennio 2016-2020, rilevati alla data del 31 ottobre 2021. Nel documento elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto, emerge in particolare, che l’incidenza degli infortuni al femminile rispetto al totale tra il 2016 e il 2019 è rimasta pressoché costante e pari mediamente al 36%, mentre nel 2020 è salita di ben sette punti percentuali fino al 43%, complice anche il maggior numero di contagi sul lavoro da Covid-19 delle donne rispetto agli uomini. Su 211.390 infezioni di origine professionale denunciate dall’inizio della pandemia alla data dello scorso 31 gennaio, infatti, ben 144.353, pari a poco meno di sette contagi su 10, riguardano le lavoratrici. Nei 5 anni 2016-2020 i decessi tra le lavoratrici sono stati 75 in più, dai 113 del 2016 ai 166 del 2020 (+66,4%). Nel 2021 gli infortuni mortali denunciati all’Inail sono stati complessivamente 1.221, 49 in meno sui 1.270 dell’anno precedente in entrambi i sessi. Le consigliere di amministrazione Teresa Armato e Francesca Maione sottolineano: “Un approccio consapevole al tema della sicurezza sul lavoro non può prescindere dal riconoscimento delle specifiche caratteristiche legate alle differenze di genere e, sebbene l’attenzione del Paese a riguardo sia cresciuta, risulta avere tuttora carattere parziale e disomogeneo. Negli ultimi decenni le donne hanno raggiunto notevoli traguardi nella società, ma siamo ancora lontani dagli standard dei Paesi occidentali più avanzati. La partecipazione al mondo del lavoro delle donne è fortemente condizionata dal triplice ruolo di moglie-madre-lavoratrice. La difficoltà di conciliazione dei tempi di vita e lavoro rappresenta un ostacolo alle pari opportunità. I dati dimostrano che il ‘rischio strada’ provoca in proporzione più infortuni tra le donne perché sono maggiormente impegnate nella conciliazione tra vita professionale e vita privata, con inevitabili ripercussioni sulla frequenza degli spostamenti, sui tempi di recupero dalla stanchezza e, per alcune professionalità, anche a causa dello svolgimento di turni lavorativi notturni”. Per le denunce di infortuni mortali avvenuti in itinere, cioè nel percorso di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro, nel 2020 l’incidenza tra le lavoratrici è stata di un decesso su cinque (38 su 188), rapporto che per gli uomini scende a uno su otto (190 su 1.452). Negli anni prima della pandemia, prima del massiccio ricorso allo smart working in chiave anti contagio, la quota di itinere sul totale era molto più elevata per entrambi i sessi (il 50% per le donne e il 25% per gli uomini). Il “rischio strada”, però, in proporzione ha sempre causato più infortuni tra le lavoratrici rispetto ai lavoratori. Armato e Maione richiamano l’attenzione anche sullo stress che caratterizza alcune delle più ricorrenti professioni femminili che richiedono la cura degli altri – medico, infermiera, assistente sociale, insegnante – da cui può derivare un aumento della probabilità che si verifichi un infortunio, senza dimenticare “le forme di occupazione soggette al rischio di licenziamento, di discriminazione, di mobbing, talvolta combinate con l’intollerabile tentativo di penalizzazione delle scelte di maternità”. Di qui l’importanza, ribadita dalle due consigliere di amministrazione dell’Istituto, di “formare adeguatamente gli attori della prevenzione per sensibilizzarli a prevedere tutele differenziate, considerando che i rischi provocano ripercussioni diversificate su lavoratori e lavoratrici”. La prevenzione al femminile, in particolare, “è innanzitutto il sostegno nei confronti di una cultura della sicurezza in un’ottica di genere che sia capace di contrastare ogni forma di discriminazione sul lavoro, promuovendo, come fa l’Inail, ambienti attenti alla persona, inclusivi delle differenze e, anzi, proiettati alla loro valorizzazione”. Significative differenze di genere emergono anche dall’analisi delle malattie professionali. Se nel 2020 a colpire i lavoratori nel complesso sono state soprattutto le patologie del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo e quelle del sistema nervoso, pari all’80% del totale delle denunce, queste malattie rappresentano il 76% delle denunce dei lavoratori ma ben il 91% di quelle delle lavoratrici (circa 11mila delle 12mila denunce femminili complessive). Fra le patologie del sistema osteomuscolare, in particolare, le malattie più frequenti sono le dorsopatie e i disturbi dei tessuti molli (circa il 92%) e, fra quelle del sistema nervoso, la quasi totalità è rappresentata dalla sindrome del tunnel carpale. Anna Ammanniti
