La tragedia è avvenuta a Sassari lo scorso sabato 8 gennaio: Alessia Nappi, una giovane alla quinta settimana di gravidanza, accompagnata dal marito Enzo, si è presentata presso il Pronto Soccorso ostetrico delle cliniche dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “San Pietro”, lamentando forti dolori addominali e perdite di sangue.
Dopo 20 minuti di attesa e diverse sollecitazioni del marito, alla 25enne era stato negato l’accesso presso la struttura sanitaria perché sprovvista di un tampone molecolare che ne accettasse la negatività al Covid-19 ed in quel momento il presidio era sprovvisto dei test, per cui la ragazza è stata invitata dall’ostetrica di turno, la quale si era confrontata con il medico del reparto, che nemmeno ha visto Alessia, a tornare il giorno dopo, lunedì: secondo gli operatori che, ripetiamo, non hanno sottoposto la ragazza ad alcun tipo di visita od esame, il caso non rappresentava un’urgenza, la giovane poteva stare a casa e prendere una Tachipirina per i dolori atroci che la poverina stava sopportando. Alessia nemmeno è riuscita a raggiungere la sua abitazione: pochi minuti dopo l’emorragia è aumentata, la donna ha avuto un aborto spontaneo nel parcheggio dello stesso ospedale che non l’aveva accolta per soccorrerla. Da specificare che Alessia è vaccinata con due dosi, in attesa di ricevere la terza, già prenotata. L’amarezza della ragazza «Sono consapevole che queste cose accadono durante il primo mese di gravidanza. Non voglio dire che una visita avrebbe potuto cambiare il destino, ma io mi sento profondamente triste ed arrabbiata perché mi è mancata la comprensione umana, mi sono sentita messa da parte». Così il primario di ginecologia, Giampiero Capobianco «In queste settimane siamo costretti a correre ai ripari, un cluster interno sarebbe un disastro, dobbiamo proteggere le altre donne ricoverate in attesa di partorire. Ci dispiace per quello che è accaduto alla paziente ma noi non avremmo potuto cambiare le cose, non almeno in questa fase così prematura del feto». Dopo una simile penosa vicenda, un primario di un ospedale che dichiara “dobbiamo proteggere le donne ricoverate” lascia spazio a pensare che tutte le altre non abbiano diritto ad essere “protette” e che il presidio in questione non si adoperi per preservare la salute di tutti: è questo che è successo? Un altro quesito: come si può affermare “non avremmo potuto cambiare le cose” senza aver visitato la paziente? con l’assoluta mancanza di cognizione del quadro clinico, si è fatta una diagnosi senza nemmeno aver approcciato un’anamnesi. Intanto il Ministero della Salute, nella giornata di mercoledì 19, ha inviato 7 funzionari ministeriali presso il Pronto Soccorso ostetrico della AOU in oggetto, per un’indagine che dovrà chiarire la circostanza. Sara Pacitto
