(di Anna Ammanniti) Il report dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiornato lo scorso 13 ottobre, conferma l’alta efficacia della vaccinazione anti Covid completa.
Per i vaccinati il rischio di contrarre l’infezione da Covid si riduce del 78% rispetto a quello dei non vaccinati. L’ospedalizzazione si riduce per i vaccinati del 92,4% rispetto a chi non ha ricevuto il vaccino anti Covid, il ricovero in terapia intensiva per chi ha vaccinazione completa si riduce del 94,8% e infine per chi si è vaccinato l’efficacia di prevenire la morte in caso di infezione è del 94,3%.
La Tabella 4 e la Figura 17 mostrano le stime di efficacia vaccinale, con intervallo di confidenza al 95%, nel periodo dal 4 aprile (approssimativamente la data in cui la vaccinazione è stata estesa alla popolazione generale) al 3 ottobre 2021 per fascia di età. L’efficacia del vaccino misura la riduzione proporzionale del rischio di osservare un certo evento tra le persone vaccinate, ovvero equivale alla riduzione percentuale del rischio di osservare un certo evento tra le persone vaccinate rispetto alle persone non vaccinate. In questa analisi sono stati presi in considerazione quattro eventi diversi: la diagnosi di COVID-19, l’ospedalizzazione, il ricovero in terapia intensiva e il decesso. Visto che la maggioranza dei vaccini a disposizione prevede attualmente due dosi, l’efficacia è valutata sia per i vaccinati con ciclo completo che per i vaccinati con ciclo incompleto.
Figura 17DIAGNOSI DA COVID
L’efficacia complessiva della vaccinazione incompleta nel prevenire l’infezione è pari al 63,1% (95%IC: 62,9%-63,4%), mentre quella della vaccinazione completa è pari al 77,8% (95%IC: 77,6%-77,9%). Questo risultato indica che nel gruppo dei vaccinati con ciclo completo il rischio di contrarre l’infezione si riduce del 78% rispetto a quello tra i non vaccinati. Siccome è una stima basata su un modello statistico, questa implica un livello di incertezza che è espresso dall’intervallo di confidenza, il quale indica che verosimilmente (con il 95% di probabilità) il valore reale dell’efficacia è compreso tra 77,6%-77,9%.
Tabella 4OSPEDALIZZAZIONE
L’efficacia nel prevenire l’ospedalizzazione, sale all’83,7% (95%IC: 83,2%- 84,3%) per la vaccinazione con ciclo incompleto e al 92,4% (95IC%: 92,2%-92,6%) per quella con ciclo completo.
RICOVERO TERAPIA INTENSIVA
L’efficacia nel prevenire i ricoveri in terapia intensiva è pari al 90,7% (95%IC: 89,6%-91,8%) per la vaccinazione con ciclo incompleto e pari al 94,8%
(95%IC: 94,2%-95,2%) per quella con ciclo completo.
DECESSO
L’efficacia nel prevenire il decesso è pari all’83,4% (95%IC: 82,2-84,5%) per la vaccinazione con ciclo incompleto e pari al 94,3% (95%IC: 93,9%-94,6%) per la vaccinazione con ciclo completo.
EFFICACIA VACCINALE
È necessario ricordare che le stime di efficacia riportate non prendono in considerazione diversi fattori che potrebbero influire sul rischio di infezione/ricovero/morte e sulla probabilità di essere vaccinato (per esempio, categoria a rischio, comorbidità, ecc.). Un’analisi dettagliata e più rigorosa sull’effetto protettivo dei vaccini contro il COVID-19 è riportata nel rapporto prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità e nella relativa pubblicazione scientifica. In particolare, alcuni aspetti comportamentali potrebbero spiegare la minore efficacia vaccinale stimata nella fascia di età 12-39, soprattutto in relazione al rischio di diagnosi. È noto, infatti, come nella popolazione complessiva, viste anche le difficoltà del contact tracing, una quota di infezioni asintomatiche o con sintomi lievi non siano diagnosticate e questo è verosimile si verifichi più frequentemente nella popolazione giovane, generalmente colpita dal virus in forma più lieve rispetto alla popolazione adulta. Tra i giovani non vaccinati, lo stigma e la paura di eventuali restrizioni alla loro vita sociale conseguenti un’eventuale diagnosi potrebbero ridurre l’utilizzo dei servizi diagnostici e quindi portare a una sottostima del rischio in questo gruppo e, di conseguenza, a una sottostima dell’efficacia vaccinale. D’altra parte, è possibile che una parte della popolazione giovane, specialmente nelle settimane immediatamente precedenti l’inizio della stagione estiva, si sia vaccinata per non subire restrizioni alle proprie attività sociali, alcune delle quali potrebbero averli sovraesposti a contesti e comportamenti a rischio rispetto ai non vaccinati, causando quindi una riduzione della stima dell’efficacia vaccinale. Infine, la maggiore trasmissione osservata in questa fascia di età nelle ultime settimane in cui la variante delta è predominante in Italia, potrebbe anche spiegare, almeno in parte, questo risultato, data la minore efficacia dei vaccini contro questa variante.
In generale, sebbene da un lato sia stato ipotizzato che in caso di sintomi lievi l’utilizzo dei servizi diagnostici nei vaccinati si riduca per un acquisito senso di sicurezza, potrebbe anche verificarsi che le persone vaccinate siano più attente e sensibili al problema in queste circostanze, rivolgendosi quindi più frequentemente ai servizi diagnostici rispetto alla popolazione non vaccinata. In quest’ultimo caso, si avrebbe una sotto-diagnosi delle infezioni relativamente più frequente tra i non vaccinati, con conseguente sottostima dell’efficacia vaccinale.
Anna Ammanniti