FOCUS – Il sociologo Marino D’Amore parla di Kabul: come il mondo vede il regime talebano, la crisi afghana e l’accoglienza dei profughi

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) Dopo 20 anni le potenze occidentali hanno deciso di ritirare le truppe dall’Afghanistan, favorendo il ritorno al potere dei talebani.  Tantissime persone hanno provato e stanno provando a lasciare il Paese, tra i più spaventati ci sono le donne e i funzionari statali che hanno collaborato con le potenze occidentali in questi anni.

Lo scorso 15 agosto dopo un’offensiva militare, i talebani hanno preso Kabul, la capitale dell’Afghanistan, cacciando il governo precedentemente in carica. Migliaia di afghani e cittadini stranieri hanno provato a raggiungere l’aeroporto di Kabul per abbandonare il Paese, mentre i talebani, nel tentativo di fermare l’esodo, hanno istituito posti di blocco e il coprifuoco. Gli afghani temono esecuzioni sommarie, aggressioni civili, matrimoni forzati. Preoccupazione soprattutto nelle donne che fino a poche ore prima camminavano libere per strada, senza burqa ed erano libere di studiare. Oggi temono di veder ancora una volta annullata la loro libertà. Lo scorso 26 agosto l’aeroporto di Kabul, preso d’assalto dagli afghani e dagli occidentali, è stato colpito da diverse esplosioni. A causa di questo attentato rivendicato dall’Isis sono morte quasi 200 persone. Abbiamo parlato del fenomeno di Kabul con il sociologo e criminologo Marino D’Amore, docente presso l’università Niccolò Cusano.   Cosa è successo dopo il ritiro delle truppe americane da Kabul? Qualcosa di prevedibile. Pensare che il ritiro dell’esercito statunitense dall’Afghanistan non provocasse conseguenze drammatiche in un’ottica sociale, politica, geopolitica e multilateralista, nonché in termini di vite umane e sofferenza, appare paradossale, come non sapere che tale presa di potere da parte dei talebani fosse pianificata da tempo nell’attesa di un’opportunità colta immediatamente. Credere che un modello di governo di derivazione occidentale e ispirazione democratico-liberale potesse stabilizzarsi in quelle aree senza un monitoraggio continuo, insieme a una concreta attività predittiva, rappresenta una contraddizione storico-culturale al pari delle prime dichiarazioni pubbliche dei talebani che hanno parlato di democrazia e parità di genere salvo poi smentirsi con azioni, diametralmente e drammaticamente, opposte. Una situazione che ha funzionato come ideale premessa per l’attentato che ne è seguito. Secondo quali modalità? Nella misura in cui la destabilizzazione improvvisa degli equilibri politici in un’area così delicata ha caratterizzato il terreno ideale per una soluzione deflagrante e tragica come quella di un attentato. I due eventi sono legati da una relazione di causa-effetto ma non di autorialità, Il mondo islamico radicalizzato è frammentato in tanti gruppi che palesano rivendicazioni diverse. I talebani, ad esempio, mostrano interessi contestualizzati entro i confini dell’Afghanistan e non hanno le aspirazioni globaliste di Al-Qaeda e dell’ISIS, che si differenziano al loro volta tra loro, entrando in competizione in diversi ambiti e nelle azioni, nel marketing e nella propaganda del terrore.   Le donne in pochi attimi dalle libertà conquistate in questi anni sono ricadute pesantemente nella sottomissione maschile. Cosa vogliono dimostrare i talebani coprendo il volto e controllando le donne? Oltre all’atto puramente politico c’è anche quello drammaticamente sociale che compie definitivamente una restaurazione regressiva rispetto alla figura della donna. Dopo le prime, poco credibili, dichiarazioni sulla parità di genere, funzionali all’eventuale riconoscimento politico del mondo occidentale, si è tornati, non alla subordinazione della figura femminile, ma al suo totale annientamento sia come rappresentanza istituzionale sia come attrice sociale, relegandola a mero strumento dedicato alla crescita di nuove generazioni che perpetueranno questo modello sociale.   Gli afghani arrivano in Italia come profughi smuovendo le coscienze di tutti. Un’accoglienza sicuramente “diversa” rispetto ai profughi africani.  Dal punto di vista sociale cosa c’è di diverso? Perché le immagini di questi giorni riguardo gli afghani “sconvolgono” di più rispetto al nero che arriva sui barconi? Perché la società agisce e percepisce gli eventi, soprattutto a un livello emozionale, secondo logiche di prossimità. Gli afghani sono stati raccontati come persone che scappano dal regime talebano, una forma di governo autoritario, che soffoca qualsiasi diritto per noi scontato e ogni velleità di partecipazione democratica. In questo senso l’immagine che ne deriva è quella di un popolo che patisce la neutralizzazione di ogni forma di libertà e rimpiange il governo di matrice occidentale che fino a poco prima era stato il garante di quelle stesse libertà, quindi viene percepito, anche in questo caso paradossalmente, come più simile a noi. A questo va aggiunta l’imponente copertura mediatica che influenza l’interpretazione dell’evento e la solidarietà secondo una logica di vicinanza non geografica ma sociale ed emozionale. Il rischio è legato a ciò che succederà una volta spenti i riflettori, atto che inevitabilmente mitigherà quella prossimità, indotta e percepita, e con essa i suoi effetti. Anna Ammanniti  
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