FOCUS – Consegneresti il tuo telefonino alle forze dell’ordine per favorire un’indagine?

Sara Pacitto
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Una domanda che, a primo impatto, trova una risposta affermativa, quasi istintiva; riflettendo a mente fredda, però, in molti fanno dietrofront con un secco “no”.

Sono ben note le controversie, più o meno recenti, tra la polizia federale degli Stati Uniti, l’FBI, e le diverse Apple affinché quest’ultime sbloccassero gli iPhone di presunti assassini, terroristi, stupratori seriali, per avere accesso ai loro dati: casi eclatanti che hanno sollevato e messo a confronto l’opinione pubblica. Ora l’attenzione si sposta sui cellulari delle vittime, di coloro che denunciano, che subiscono un sopruso o una violenza, per averne i dettagli che confermerebbero le accuse. Daresti il tuo telefonino alle forze dell’ordine per favorire un’indagine che riguarda te stesso/a, un parente, un amico/a e fornire così tutti gli elementi necessari ad incastrare definitivamente chi ha commesso un reato? Un dibattito esploso in Gran Bretagna qualche tempo addietro, quando la polizia del Regno Unito ha messo a punto una sorta di consenso informato da sottoporre alle presunte vittime ed ottenere l’autorizzazione ad accedere ai dati “custoditi” nel loro cellulare, nel caso ci fossero informazioni attinenti ed utili per svolgere le indagini. In effetti l’espediente potrebbe offrire agli inquirenti lo scioglimento definitivo dell’inchiesta in corso: è una “risoluzione” molto delicata e personale, che sta mettendo in allarme diverse associazioni che si battono per la tutela della privacy ed, in particolar modo, per i diritti delle donne. Mettere a disposizione il tuo telefonino significa consegnare le tue chat, le tue foto, la tua posta elettronica, lo scambio di messaggi: tutti i tuoi dati, della tua vita privata, per consentire agli investigatori di incastrare un criminale? Il confronto sull’argomento non è un semplice dibattito accademico: nel Regno Unito, ad esempio, l’esigenza nasce dalla cifra dei casi di stupro che rimangono impuniti per mancanza di prove inconfutabili, il cui numero è aumentato del 70% negli ultimi due anni. Non c’è un riscontro in tal senso per i dati italiani ma, purtroppo, gli ultimi episodi di cronaca, da quello che ha investito Alberto Genovese ai tragici eventi passati per Tik Tok, confermano amaramente che il telefonino è una “banca dati”, fonte di informazioni rilevanti ed inequivocabili. La paura del pregiudizio: “guarda che foto ha fatto”… “guarda che messaggi scrive”… “guarda con chi si intrattiene”…”guarda che linguaggio usa”. La paura del pregiudizio e della sentenza più spietata: “se l’è cercata”. In un Paese come il nostro, dove in tribunale una minigonna, un trucco curato, una sbronza occasionale vengono considerate esimenti o attenuanti. Come può sentirsi la vittima di uno stupro dinanzi alla scelta di consegnare la sua vita privata agli inquirenti? tutelata oppure minacciata da ulteriori infamie che potrebbero generarsi se il contenuto del dispositivo venisse reso pubblico? Sono già troppe le denuncie non fatte, soffocate nel silenzio e nell’omertà, per evitare il tormento di due processi: uno nel palazzo di giustizia e l’altro fuori dalle aule. Di contro, l’eventualità che il criminale possa farla franca. Un tema molto delicato, una scelta troppo importante, che obbligatoriamente deve passare per il consenso della vittima e per la responsabilità più assoluta di garanzie robuste su come verranno utilizzati e protetti i nostri dati personali. Sara Pacitto
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