Focus – Il sociologo Marino D’Amore spiega la violenza verbale e le parole d’odio diffuse sui social (foto)

Anna Ammanniti
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(di Anna Ammanniti) È ormai consuetudine leggere sui social pareri e commenti della realtà che ci circonda. Che si parli di politica, di fatti di cronaca, di pandemia, di sport o di scuola. Fin qui nulla di male, vivendo in un Paese democratico, in cui la libertà di pensiero è un diritto costituzionale. Il problema quello serio nasce quando il proprio pensiero viene esposto con violenza, volontà di prevaricazione sull’altro, atteggiamento aggressivo, odio.

Generalmente le caratteristiche che incoraggiano questi comportamenti sono la distanza fisica e i famosi leoni da tastiera, la scarsa alfabetizzazione digitale, l’anonimato. Sentimenti di rabbia, linguaggio d’odio, sbeffeggiamenti, violenza verbale, bullismo da tastiera, aggressività, maschilismo. Una sorta di atteggiamento viene etichettato con il termine di hate speech. È ora che si capisca che i social sono luoghi comuni e non casa propria in cui si può fare quello che più si desidera. Rispetto ed educazione sono due principi fondamentali che regolano la società civile. Abbiamo cercato di capire il fenomeno intervistando il sociologo e criminologo Marino D’Amore, docente delle cattedre di Internet e social media e Social network analysis presso l’Università Niccolò Cusano di Roma. – L’odio dilaga sui social network, perché? In primo luogo perché internet è la più grande piattaforma comunicativa che si basa, almeno, negli intenti, su un concetto di democrazia, dove tutti possono dire la propria opinione.  Elemento fondamentale e baluardo della libertà di espressione, se fosse veramente così, perché, soprattutto sui social network, nelle loro interazioni, non si accetta il dibattito o la diversità e si tende a imporre, anche animatamente, il proprio punto di vista come unica e incontestabile verità. Anche dagli altri media, come la tv, riceviamo modelli di confronto che abbandonano il dialogo e abbracciano la polemica fine a sé stessa.  La parola d’ordine è polemizzare sempre, ossia schierarsi su due poli opposti che generano conflitto. – Secondo lei da cosa nasce questo atteggiamento violento? Innanzitutto dall’apparente anonimato che sembra elargire il web, il fatto di credere di non essere visti, almeno fisicamente, scatena comportamenti che non si avrebbero mai nella realtà, in una situazione di compresenza. Poi dal fatto di legittimarsi, agli occhi degli altri, con un’autorevolezza autoindotta che inevitabilmente genera un seguito, un pubblico che ci convince, ulteriormente, di avere ragione, (se gli altri mi danno ragione allora ho ragione), rafforzando ancora di più il nostro modo di relazionarci e quindi lo scontro verbale. – Da marzo ad oggi come e quanto è cambiato l’universo social? La pandemia sui social che effetto ha prodotto? Ha generato schiere di esperti, virologi, immunologi, complottisti e negazionisti, in virtù delle ragioni appena dette. Posizioni che si sono allargate numericamente proprio grazie all’invasività dei social e del web in generale, mettendo in contatto individui che in epoche passate non si sarebbero mai relazionati. In questo modo si smarrisce una delle finalità di Internet che è l’unione e la condivisione e si stimola invece la divisione, però su larga scala. La pandemia è solo l’ultimo esempio, per quanto deflagrante, che ha confermato questa tendenza. – Stiamo andando verso una sorta di saturazione del sistema? Il sistema dei social è ormai in fase di implosione come utenze ed evoluzione? Credo proprio di no per almeno due ragioni: la prima è che l’evoluzione tecnologica corre sempre più rapidamente, aumentando potenzialità e spazi che, da un punto di vista tecnico, possiamo considerare quasi globali, tenendo sempre in considerazione le disuguaglianze generate dal digital divide. In secondo luogo, e ricollegandoci alla prima ragione, quando un social non rispetta certi canoni tecnici o passa di moda ne sorgono subito degli altri pronti a ricevere gli utenti che abbandonano il primo. Sono solo alcune delle leggi della globalizzazione. – Secondo lei questi soggetti che praticano l’hate speech sono consapevoli della loro violenza verbale? Nella maggior parte dei casi no, perché, come ho detto, l’illusione dell’anonimato o comunque della possibilità, altrettanto illusoria, di non essere raggiunti solo chiudendo il pc, stimola atteggiamenti ed esternazioni che non avremmo mai nella realtà o che l’obbedienza al “politicamente corretto” ci vieterebbe di avere per paura dell’esclusione e della sanzione, sia morale sia legale, della nostra comunità di appartenenza. – Educazione digitale, necessaria inserirla nei contesti scolastici e sociali? Fondamentale. L’educazione digitale oltre a rappresentare il nostro futuro e ad alfabetizzarci a nuovi linguaggi che abitano e abiteranno la nostra quotidianità, è l’unico modo per riavvicinare generazioni che oggi non comunicano più perché non condividono gli stessi strumenti come gli immigrati e i nativi digitali. – Si può disinnescare la violenza con cui molti interagiscono sui social? Nel breve periodo con un controllo e con delle sanzioni serie che funzionino come deterrente, nel lungo periodo con un percorso culturale che parta dal rispetto, dall’accettazione della diversità anche quando non condivisa: la nostra libertà di espressione finisce dove comincia quella del nostro interlocutore e viceversa. – Come si può gestire la violenza verbale sui social? Con l’educazione al dialogo attraverso un iter che si sviluppi in ambienti diversi: dalla famiglia e dalla scuola fino ad arrivare ai modelli diffusi dai media, generalisti e tematici, modelli che manifestano un momento storico di oggettiva regressione. Il termine social, come società e socializzazione, proviene etimologicamente dalla parola socius (compagno, amico) e quindi essi dovrebbero rappresentare uno scenario, condiviso e sinergico, di unione, non certo di conflitto e odio. Questa dovrebbe essere la prima lezione! Anna Ammanniti Esempi di hate speech    
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