Focus – Omicidio – suicidio, padri che uccidono figli per “vendetta”, intervista alla criminologa Linda Corsaletti

Anna Ammanniti
8 MIn Lettura
(di Anna Ammanniti) Le pagine di cronaca sono purtroppo piene di storie di omicidi – suicidi, cronaca di delitti di padri che uccidono figli.

Un impressionante elenco di padri che uccidono i figli, l’ultimo pochi giorni fa a Padova. Il papà uccide accoltellandoli i due figli di 13 e 15 anni, poi si suicida. Lo scorso novembre nel torinese un uomo spara e uccide la moglie e i due gemellini di due anni e poi si suicida. A settembre sempre in provincia di Torino il papà spara uccide il figlio di 11 anni e poi si toglie la vita. L’estate scorsa in provincia di Lecco il papà strangola i figli gemelli di 12 anni e poi si butta da un ponte.  Tanti, troppi altri episodi simili, storie sconvolgenti di omicidio – suicidio. Dietro queste tragedie c’è sempre una moglie che ha lasciato il marito violento. Abbiamo parlato con la criminologa Linda Corsaletti per capire perché l’uomo compie questi estremi gesti. Dopo la tragedia queste “povere” donne urlano al mondo che hanno ammazzato i figli perché volevano colpire loro. Perché questo agghiacciante desiderio di vendetta nei confronti della ex moglie? La depressione può indurre un padre ad uccidere i propri figli? Raptus? Come dovrebbero muoversi le istituzioni, gli esperti, società per prevenire questi drammatici epiloghi? La dott.ssa Linda Corsaletti ha 42 anni ed è nata a Roma, fin da piccola era estremamente affascinata dal mistero “Non c’è niente di più affascinante e misterioso della mente umana. Non mi sono mai affidata alle apparenze ricordo che esigevo sempre la verità ad ogni costo al di là di ogni apparenza. Queste mie caratteristiche, unite alla mia determinazione mi hanno fatto intraprendere un cammino molto faticoso, ma soddisfacente nel mondo della criminologia. Ero adolescente quando ho visto il film che mi ha cambiato la vita: “Il silenzio degli innocenti”. Mi sono detta “questo è ciò che voglio diventare, una profiler “. Dopo un lungo tirocinio presso uno studio di investigazione criminale, grazie al quale ho potuto studiare e “toccare con mano “casi di cronaca molto famosi, mi sono laureata alla facoltà di psicologia dell’Aquila nel corso di laurea in scienze dell’investigazione. Da anni collaboro con le guardie Zoofile come consulente per i casi di maltrattamento animale. Nel 2018 è arrivata la mia prima nomina ufficiale come consulente criminologa per l’omicidio di Pamela MastropietroHo conseguito poi un master in criminologia e scienze forensi e ho iniziato a dedicarmi alla ricerca scientifica. Da poco un mio lavoro scientifico è stato accettato in una prestigiosa Accademia di scienze forensi americana e sto già lavorando alla prossima pubblicazione. Ho un mio blog personale criminalintent nel quale tratto sia argomenti scientifici che casi di cronaca. Ho da poco collaborato alla stesura di un testo universitario e sto scrivendo un libro mio. A breve aprirò una mia Accademia di investigazione criminale.” “Il figlicidio così come l’infanticidio se visto dall’ottica della sopravvivenza della specie è ritenuto l’atto contro natura in assoluto. Sempre più frequentemente assistiamo a fatti di cronaca in cui uno dei due genitori decide di porre fine alla vita da lui stesso generata. Quando a seguito di una relazione finita a compiere questi atti è il padre, generalmente la motivazione sta non solo nella totale incapacità di gestire un rifiuto, ma anche l’impossibilità di tollerare di poter perdere il dominio su chi si ritiene una proprietà e non una compagna, pertanto decide di punire con il tormento a vita colei che ritenie la causa del suo malessere, colei che ha osato svilirlo. Pensiamo al caso avvenuto già nel 1994 a Cerveteri dei fratellini Brigida o alla scomparsa delle gemelline Shepp avvenuta nel 2011, fatta sparire per sempre dal loro papà che successivamente, come spesso avviene, è morto suicida portandosi con sé anche la possibilità di far sapere alla madre delle piccole dove fossero i loro corpi. In casi simili come quello da lei citati sento spesso parlare erroneamente di raptus ed è sbagliato perché questi assassini agiscono lucidamente, spesso pianificano l’atto omicidiario. Una reazione a circuito chiuso è una condizione che dal punto di vista psicopatologico non esiste e troppo spesso se ne fa un uso giustificazionista ed assolvente di questo termine. Normalmente non solo c’è come dicevo una lunga preparazione all’atto, che è pensato, voluto, pianificato, ma c’è anche un’attitudine alla violenza e all’aggressività che trova un momento culminante, ma non improvviso o improvvisato anche quando così può sembrare perché è nella quasi totalità dei casi precedentemente manifesto. La vendetta trasversale dell’uccisione dei figli e solo l’atto finale. Quindi non è un raptus ma un’esecuzione ragionata. Secondo il Global Study on Homicide dell’UNDOC (United Nations Office of Drugs and Crimes) il vertiginoso aumento dei figlicidi è dovuto a situazioni di violenza domestica e divorzio.  È come se stessimo assistendo ad un crollo delle capacità genitoriali. Riguardo alla depressione che nei casi sopracitati non c’entra: si può accadere ed è accaduto che possa portare a compiere gesti come l’omicidio della propria prole, ma è un discorso diverso più profondo, legato a una multifattorialità di dinamiche in cui il vissuto quotidiano diventa  insostenibile e l’omicidio -suicidio nella visione distorta della totale perdita di significato della realtà circostante è visto come unica via di fuga da una condizione che non si riesce a cambiare “ ti amo, ma non posso continuare a vivere perciò per non darti un dolore ti porto via con me”, arrogandosi il diritto di decidere per i figli. Non c’è quindi solo una violenza espressa in cui i segnali di allarme sono un macabro presagio dell’escalation che si sta affacciando all’orizzonte, ma anche quella meno visibile difficilmente intercettabile da chi non ha gli strumenti efficaci per riconoscere la presenza di un quadro psicopatologico grave. Per cercare di contenere questi fenomeni è importante agire su vari fronti non solo a livello preventivo laddove ci sia una situazione di pericolo conosciuta e conclamata, ma anche sul fronte giustizia riguardo alla tempistica relativa alla tutela dei minori. A livello generale, salvo i casi in cui è importante un intervento terapeutico immediato è inoltre importante riflettere su quanto possa essere efficace se non addirittura indispensabile un intervento educativo per favorire la transizione al ruolo genitoriale perché tra capacità di concepimento e capacità genitoriale la differenza è abissale.” Anna Ammanniti
Condividi questo articolo
Nessun commento