Già a giugno, in alcune regioni, i dirigenti scolastici ed i rappresentanti delle diverse fazioni politiche avevano lanciato un appello corale: in occasione delle consultazioni elettorali di settembre, spostare i seggi dalle scuole per allocarli in sedi alternative.
La senatrice Daniela Sbrollini aveva anche depositato un’istanza parlamentare al Ministero dell’Interno, chiedendo di aiutare Comuni e dirigenti scolastici con finanziamenti specifici, per l’ammontare di 2 milioni di euro. Le isolate iniziative in tal senso si sono smarrite nelle calde giornate estive, tra l’indifferenza e la superficialità di chi non ha voluto individuare opportune soluzioni in tempi idonei. Regioni, sindaci e prefetture locali potevano fregiarsi del dono della lungimiranza ed impegnarsi in maniera univoca nello “scovare” e fare una mappatura degli spazi più adatti, da destinare a sezioni elettorali per le elezioni amministrative e per il referendum popolare. Un’azione concreta, per non stravolgere l’inizio della scuola con inopportuni ritardi ed inevitabili disagi, a danno degli alunni, delle famiglie, del personale scolastico. Ora, in vista dell’imminente avvio del nuovo anno, le difficoltà dei presidi sono tantissime e pesano: ben 715 Istituti del Lazio ospiteranno le cabine elettorali, in molti hanno escluso la possibilità di stoccare i materiali necessari alla didattica programmata in funzione della pandemia da Covid 19 prima dei giorni delle votazioni, ovvero dal 18 al 22, quando le scuole saranno nuovamente chiuse per favorire le operazioni di voto, che si terranno il 20 e 21 settembre. In una situazione già complessa, in gioco anche la salute comune: i rischi dovuti al via vai ed alla permanenza di persone esterno dentro le aule dei rispettivi plessi è inconfutabile. La sanificazione dei luoghi verrà effettuata con la giusta scupolosità? non dimentichiamo che nelle stesse aule e sugli stessi banchi, oltre che studiare, gli alunni consumano le merende. I tempi per ristabilire gli spazi, già di per se confinati, ed il distanziamento dei banchi, tanto invocato, saranno sufficienti? Non si abbasserà l’asticella della prevenzione, come è successo in altre circostanze? Il preside Bernardo Giovannone, già dirigente dell’I.C. “Cicerone” di Arpino, in pensione dallo scorso anno, con una pluriennale esperienza di gestione di prestigiosi Istituti del comprensorio, ha lanciato una provocazione sui social “Perché la regione Lazio non riapre la scuola dopo il referendum?” Il popolo del web, soprattutto genitori e docenti, si è scatenato in commenti di contrarietà e delusione rispetto a ciò che si poteva risolvere anzitempo: «Perché i dirigenti scolastici non hanno fatto fronte comune su tale richiesta?», «Dopo 6 mesi di chiusura totale, di certo non sarebbero stati 10 giorni a compromettere il programma scolastico», «Se i rischi di contagio sono reali, non vi sembra che sia da temerari riaprire le aule agli studenti dopo le operazioni di voto?», «Non è stato considerato che le scuole hanno bisogno di qualche giorno in più per aprire come si deve», «Era il caso che si posticipasse l’apertura a dopo il referendum, per evitare sanificazioni ripetute ed inopportuni rischi dovuti all’accesso negli Istituti di migliaia di persone», «Perché non hanno pianificato il voto prima della riapertura delle scuole?». Insomma, la storia è la stessa: i problemi si affrontano sempre in ritardo, quando ormai resta difficile pianificare ogni espediente che, a tempo debito, sarebbe stato la più ragionevole soluzione. Adesso in tanti invocano lo slittamento dell’inizio delle lezioni al 24 settembre. Ma la Regione è inflessibile. Così l’assessore Claudio Di Berardino «Non stiamo valutando di rivedere la data di inizio delle lezioni. Abbiamo seguito tutti i protocolli di sicurezza e stiamo lavorando senza sosta, introducendo anche i presidi ASL nelle scuole. Le misure ci sono, ma se ci sono particolari situazioni, i sindaci e gli Istituti scolastici potranno fare, nell’ambito delle loro competenze, scelte e valutazioni appropriate». Sara Pacitto
