Una sindrome rara che sta allarmando i medici, dopo le prime segnalazioni dei pediatri è partito anche lo studio. Non è ancora chiaro se il virus Sars-Cov-2 sia direttamente coinvolto in questi casi di malattia ma l’elevata incidenza in zona particolarmente colpite dal virus suggerisce che l’associazione non sia casuale.
Abbiamo intervistato il dottor Adriano Pantanella, pediatra di libera scelta, laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Pediatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Già autore di pubblicazioni su riviste nazionali ed internazionali e di capitoli di libro. A lui abbiamo rivolto anche domande sul ruolo del pediatra e come il Covid ha cambiato profondamento la quotidianità dei bambini Dottore, cos’è la malattia di Kawasaki? Come si manifesta? La malattia di Kawasaki è caratterizzata da un processo infiammatorio dei piccoli e medi vasi sanguigni che colpisce prevalentemente i bambini al di sotto degli 8 anni. Le cause non sono ancora conosciute ma si suppone che sia dovuta a un’infezione o a una risposta immunologica anomala a un’infezione, in bambini geneticamente predisposti. I sintomi tipici sono: febbre elevata prolungata (per più di 5 giorni e resistente alla terapia antibiotica e ai farmaci antipiretici), esantema (simile a quello del morbillo o della scarlattina o dell’orticaria, con distribuzione sul tronco, sugli arti e nella zona addominale e inguinale), congiuntivite (senza secrezione purulenta), infiammazione delle mucose (labbra e lingua) e delle estremità (mani, piedi e regione del pannolino), ingrossamento dei linfonodi del collo. La complicanza più grave è l’infiammazione delle arterie del cuore, che può causare delle dilatazioni aneurismatiche permanenti delle coronarie. Se trattata tempestivamente e con un trattamento appropriato sono rare le sequele importanti. Perché viene associata al Covid-19? Un importante studio fatto dai pediatri dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha documentato il fatto che l’infezione da Covid-19 possa scatenare il processo infiammatorio che genera la malattia di Kawasaki, anche a distanza di tempo dall’infezione. Lo studio dei pediatri è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet ed è basato sulla descrizione di 10 casi osservati da febbraio ad aprile, di cui 8 positivi al virus. Le basi dello studio nascono dal fatto che l’incidenza di Kawasaki, in quell’area, sarebbe salita di trenta volte rispetto alla media. Negli ultimi 5 anni, fino a febbraio scorso, si erano documentati 19 casi di Kawasaki. Da febbraio ad aprile 2020 i pediatri di Bergamo hanno diagnosticato ben 10 casi della malattia (8 dei 10 bambini sono risultati positivi al coronavirus). Un altro dato importante è il fatto che i 10 casi di Kawasaki sono risultati in media più gravi rispetto a quelli dei 5 anni precedenti. Secondo i ricercatori i casi di malattia legati al Covid-19 sono da classificare come malattia ‘simile alla sindrome di Kawasaki’, perché i sintomi sono differenti e più gravi rispetto alla patologia come conosciuta finora. Un altro dato importante per l’associazione è il fatto che, nel periodo della pandemia, sono stati diagnosticati circa 100 casi di sindrome simil Kawasaki nello stato di New York. E’ importante, comunque, chiarire il concetto che solo una quota molto ridotta di bambini con Covid-19 sviluppa i sintomi della malattia di Kawasaki. Uno studio britannico ha dimostrato che solo con i test anticorpali è possibile legare la diagnosi di sindrome di Kawasaki, o simile, con l’infezione Covid-19 nei bambini. Questo probabilmente perché la sindrome si manifesta diverse settimane dopo il contagio. Ciò potrebbe essere legato ad una reazione eccessiva del sistema immunitario. Questa malattia simile alla Kawasaki è stata provvisoriamente chiamata PIMS-TS, sindrome multisistemica infiammatoria pediatrica associata a SARS-CoV-2. Ci sono stati casi soprattutto nel periodo in cui l’epidemia sars-cov-2 stava prendendo piede nel Lazio? A inizio febbraio 2020 ho personalmente visitato una bambina di circa 3 anni che presentava tutti i sintomi di una malattia di Kawasaki. Ho inviato la bambina a ricovero dove è stata confermata la condizione, risultando una minima dilatazione delle arterie coronarie. Ha eseguito immediatamente la terapia con immunoglobuline ed è progressivamente guarita. Erano quelli, però, i giorni in cui, in Italia, non avevamo ancora avuto l’inizio della pandemia. Rivalutando il caso, ad oggi, e considerato quanto detto finora, il sospetto che tutto fosse correlato ad una infezione da Coronavirus prende forza. Il prossimo passaggio sarà quello di eseguire i test sierologici di conferma dell’avvenuta infezione e di avviare, in collaborazione con gli altri colleghi (ospedalieri e del territorio), uno studio che rafforzi questa possibile associazione. Quali raccomandazioni ai genitori? Ai genitori va la raccomandazione di fare molta attenzione ai sintomi. Quando le manifestazioni cliniche del bambino non sono quelle di una banale forma influenzale ma sono presenti anche solo alcuni dei sintomi di cui abbiamo parlato prima (Kawasaki), è fondamentale chiedere la valutazione pediatrica. Un intervento terapeutico immediato è garanzia di una guarigione completa. Tornando invece all’emergenza Covid, quale impatto ha avuto e sta avendo sui bambini? I bambini vivono le difficoltà e i problemi delle loro famiglie. Hanno accettato la scomparsa di persone care come i nonni. Hanno genitori che lavorano “in prima linea” contro il virus, o che hanno smesso di lavorare, o che hanno perso il lavoro o che lavorano da casa. Sono costretti a non poter più frequentare le proprie amicizie e ad adattarsi ad un nuovo modo di fare scuola: la scuola a distanza ha richiesto un nuovo approccio alla didattica e un nuovo modo di comunicare con le insegnanti. Devono sopportare l’idea di non poter proseguire delle attività cui sono molto affezionati: il calcio, la danza, la pallavolo, le palestre. Tutte queste situazioni hanno inevitabilmente una ripercussione sulla loro salute mentale. Uno studio cinese ha documentato come circa il 20% degli adolescenti e bambini abbia sviluppato uno stato di ansia e depressione durante la fase di chiusura. Un grosso impatto, questa emergenza, potrebbe averlo soprattutto su quei bambini affetti da autismo o da deficit di attenzione e iperattività che hanno avuto un graduale peggioramento (per la chiusura delle scuole, l’interruzione dei cicli di terapia). Come aiutarli e come difenderli da un eventuale contagio? E’ necessaria anche per loro la mascherina? Le mascherine sono diventate obbligatorie per i bambini al di sopra di 6 anni. Non devono indossare la mascherina i bambini affetti da patologie neurologiche o respiratorie e nemmeno chi ha difficoltà a toglierle da solo. Tutti i bambini devono indossare la mascherina in ogni situazione in cui si possano trovare a meno di un metro di distanza da coetanei o adulti che non appartengono al nucleo familiare. Se il bambino passeggia o gioca all’aperto da solo o con un adulto convivente e non c’è il rischio di incontrare a distanza ravvicinata altre persone non è necessario che la indossi. E’ fondamentale insegnare ai bambini come utilizzare la mascherina, mettendo in atto le semplici regole igieniche. Il fatto che i bambini possano essere portatori sani dell’infezione li rende un potenziale mezzo di contagio per gli adulti e anziani (nonni). Questa è un’altra motivazione forte per cui difenderli dall’infezione. Come è cambiato il vostro lavoro? Da circa 2 mesi la nostra attività ha subito delle modifiche importanti. Le visite a studio si sono ridotte alle sole visite urgenti e ai bilanci di salute indispensabili per la valutazione dei bambini più piccoli. L’accesso a studio è stato possibile solo previo appuntamento e solo dopo aver fatto un attento pre-triage telefonico. Abbiamo attivato la telemedicina assicurando assistenza medica e prescrizioni on line. La sala d’attesa si è svuotata non potendo più permettere la presenza di più persone in un ambiente di piccole dimensioni. Abbiamo fatto attenzione all’utilizzo di tutti i dispositivi di protezione individuale, facendo massima attenzione alla sanificazione ambientale. Nei prossimi mesi proseguiremo su questa strada, nella speranza di poter riprendere al più presto la normale attività assistenziale. Valutando il comportamento dei genitori a studio e la paura di ognuno del contagio, ritengo che questa pandemia abbia cambiato radicalmente il modo di relazionarsi tra le persone. A.C.
