Editoriale – Coronavirus, l’Italia si ferma è il VIRUS della paura!

Alessandro Andrelli
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(di Ester Evangelisti) Paura. È questa la parola che sento continuamente in questi giorni, quella che più di tutte abbandona costantemente le labbra delle persone che vivono nella mia città, Frosinone, mentre, con occhi sospetti, si sbrigano a chiudere la porta di casa certi di essere al sicuro dal mondo che li circonda o, quando si gelano sul posto mentre il signore davanti a loro alla cassa del supermercato tossisce (come solo ora sembra abbiamo imparato a fare!) nel gomito.

Questo mi ha fatto riflettere più di ogni altra cosa. Si perché quella parola così piccola, da sola, è l’unica cosa che non riusciamo a combattere: a nulla servono i medicinali e a nulla servirebbe un vaccino per farla scivolare via dalla nostra mente, via dal nostro corpo. Oggi ci rendiamo sempre più conto che per la paura non esistono antidoti e, forse, proprio lei è più pericolosa di ogni virus. È venerdì e sono le 22,30. La città è quasi vuota ed è strano attraversarla con la macchina. Prima ci sarebbe stata calca davanti ogni locale, persone che, pur di fare il famoso aperitivo del venerdì, se ne stanno in piedi al freddo, con le gambe incrociate nel vano tentativo di scaldarsi, e un bicchiere di vino sotto il naso rosso. È venerdì e si presenta davanti ai miei occhi uno scenario completamente nuovo: tutto ciò che sono abituata a vedere, oggi, non c’è. Tutto quello che solitamente chiamiamo normalità sembra essersi nascosto sotto le pietre spesse della paura. La paura del contagio. Certo, i locali non sono vuoti, c’è ancora chi non rinuncia alla vita di sempre, ad incontrare gli amici, andare in palestra, c’è chi non smette di provare a distrarsi, e tutto questo avviene in quello che sembra il vano tentativo di non pensare costantemente al fatto che questo mondo sta cambiando e cambia un po’ anche noi… Ieri sera ho notato, per la prima volta, che tutti i camerieri del locale in cui sono stata indossavano i guanti e, con un pizzico di tristezza, le labbra si sono incurvate in un mezzo sorriso…Sì perché vedere queste scene – gente che compra amuchina e disinfettanti, che si lava le mani con attenzione e con più frequenza, che tossisce o starnutisce nel gomito (finalmente!) – che dovrebbero essere quotidiane ma che s’affacciano nella vita dei più, prepotentemente, soltanto oggi mi fa sorridere: sembra esserci stato il bisogno di una “catastrofe” per capire che l’igiene è la prima cosa e che la salute degli altri dipende anche e soprattutto dal nostro comportamento. Ecco se c’è una cosa che ho sempre odiato di questo mondo è il menefreghismo che ogni individuo si ostina a tenere attaccato addosso come un cappotto caldo d’inverno: molte volte, dovendo viaggiare da Frosinone a Roma per l’Università, mi è capitato di ritrovarmi seduta vicino a persone che, senza curarsi degli altri, tossivano o starnutivano piegandosi verso il sedile davanti, o verso il corridoio del treno, o ancora, di tutte le volte che, facendo la spesa, ho notato persone toccare frutta e verdura senza guanti. Questo non è giusto, e se oggi si ritiene che non lo sia, dovremmo renderci conto che è un comportamento che si dovrebbe evitare sempre! In questi giorni la paura del contagio ha rotto la nostre abitudini, si è infiltrata lentamente nelle nostre vite e ci ha messo davanti ad una realtà nuova e che spesso tendiamo a dimenticare: siamo tutti connessi, LETTERALMENTE, e il mio comportamento sbagliato e sconsiderato non danneggia solo la mia persona, la mia vita, ma anche quella di chi mi è vicino: un genitore, un fratello, un figlio, un amico, l’amore della nostra vita…ciò che spesso dimentichiamo è che le nostre azioni hanno ripercussione soprattutto sul prossimo, che molto spesso sono le persone che amiamo, e forse dovrebbe essere proprio la paura di non ferire chi ci è accanto a farci tenere dei comportamenti sani sempre, non solo oggi quella di un virus. La nostra vita, quella degli altri, è nelle nostre mani, e ora più che mai dobbiamo lasciar scivolare via quell’egoismo, quel menefreghismo, per salvare la cosa più importante che abbiamo: la normalità. Ecco, proprio lei che oggi manca, che fa fatica a venir fuori, artigliata dalle mani forti della paura, quella paura che ci fa diventare diffidenti verso il prossimo, non l’abbandoniamo, ricerchiamola con cautela, seguendo sì le regole che ci vengono imposte ma senza paura di viverla nel nostro piccolo. Solo se riusciremo a strapparla da quella morsa infernale, allora, inizieremo a vincere davvero. “Fate passeggiate, leggete un buon libro. Non c’è alcun motivo di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto supermercati, farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che la possano fermare […] uno dei rischi più grandi di vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è guardare i nostri simili come una minaccia. Rispetto alle epidemie del XIV e XVII secolo noi abbiamo la medicina moderna. Usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero. Vi aspetto presto a scuola.” (Lettera del Preside del Liceo Volta agli studenti). Ester Evangelisti
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