(di Alessandro Andrelli e Anna Ammanniti) “Come si è permesso di scrivere di me, io la denuncio, io la rovino, lei non è un giornalista… Non poteva scrivere quelle notizie, nessuno l’ha autorizzata, queste cose non si fanno, la querelo per diffamazione a mezzo stampa… la porto in Tribunale, così chi la paga sarà costretto a licenziarla e tutti noi saremo un po’ più liberi”. In carriera affermazioni, accuse, minacce, provocazioni, insulti del genere, scritti sui social, tramite sms, tramite mail o pronunciati al telefono, spesso capitano a chi cerca di fare il mestiere del giornalista, già cerca di farlo perché nel 2019 è sempre più complicato, per tutti, nessuno escluso.
Il giornalismo è una professione in cui conta molto di più la passione che il lato economico, a meno che non si raggiungano i piani alti dell’informazione nazionale, ormai sempre più un mondo per pochi ultra cinquantenni, strapotenti e con chiari inquadramenti politici. Il diritto di libertà di stampa in questi ultimi anni sta subendo attacchi pressanti, soffocato dal “chilling effect” della libera espressione. L’aumento del “chilling effect” ha fatto sì che molte notizie non vengono in sostanza prodotte. Cosa è il chilling effect? È la riluttanza da parte del giornalista e di chiunque ad esercitare il proprio diritto per paura di sanzioni legali. L’art. 21 della Costituzione Italiana “soffre” a causa delle continue minacce di querele che arrivano nelle redazioni giornalistiche, anche senza fondo. Minacce di querele al solo scopo di produrre un chilling effect: la rinuncia a scrivere, ad informare. Siamo di fronte ad un grave fatto: censurare o obbedire al diritto di cronaca e di informazione? E quali conseguenze questo articolo potrà avere sul futuro personale e sociale dell’autore, che se ne assume la responsabilità, assieme al proprio direttore responsabile e all’editore. Sempre più spesso viene utilizzata l’arma della querela per “imbavagliare” il giornalista, o spesso per cancellarne la presenza o il semplice, voler dire la verità e scrivere una storia. La crisi editoriale ha fatto sì che la stragrande maggioranza dei giornali sia in possesso di poche risorse economiche, e ricorrere per ogni minima questione alla querela, è un deterrente, spesso un fastidio non solo giudiziario, ma anche un vero e proprio “crack”. Il bello, in tutta questa storia, è che per circa l’80% delle cause civili e penali legati ad un articolo di giornale, o a un’inchiesta giornalistica, o magari a un servizio televisivo, la condanna non è mai per il giornalista, anzi, nella maggior parte dei casi, chi ha scritto e riportato il fatto di cronaca, ne è una vittima, che però spesso viene risucchiato dal vortice giudiziario, con gravi ripercussioni lavorative. La nostra attività da giornalista sta riscontrando molteplici criticità, e questo sempre che ai poteri forti, vale a dire lo Stato, la Politica e il Popolo, interessi meno di zero. “Uno di meno, ah che liberazione!”, sono queste alcune delle esclamazioni che negli anni riecheggiano e rimbalzano a iosa. Spesso l’intervento della legge italiana per puntare a un’informazione libera, al servizio della collettività sarebbe quantomeno “auspicabile”, ma la realtà è che nemmeno la Costituzione prevede una tutela della professione giornalistica così affidabile, e probabilmente sarà sempre così. Succede sempre più spesso che i giornalisti vengono presi di mira. Fatti di cronaca, sentenze dei tribunali, eventi finiti male, secondo i signori della “querela-facile” dovrebbero essere sottaciuti, insomma non si dovrebbe assolutamente parlare e scrivere. Se il giornalista “osa” raccontare il fatto attira le attenzioni dei protagonisti che in preda alla rabbia, minacciano la denuncia. “Ti querelo!” Buttato lì per ostacolare il lavoro di informazione e ottenere il silenzio attraverso la minaccia oppure l’esasperazione di un editore che ha già i suoi “disagi” nel gestire e amministrare un’azienda in costante decrescita e che fa fatica, ma tanta fatica. Silenzio è censura, e spesso la censura è sintomo di profonda ignoranza, anzi è sintomo di illegalità, perché spesso chi cerca di far “tacere l’informazione”, chiaramente non quella delle fake news, è chi vuole un mondo dove regni la corruzione, la raccomandazione, la violenza, l’odio razziale, e la libertà di parole ed espressione. Un giornale online, come è Tg24, ha la sua linea editoriale, e rispetta le proprie regole deontologiche, cercando di attenersi al codice deontologico del “giornalista”, ma spesso è chiamato in causa, per difendere il proprio diritto all’informazione. Alessandro Andrelli & Anna Ammanniti
